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“QUESTO CARCERE VA AVANTI A PSICOFARMACI E BRUFEN.”

Le parole dei detenuti in lotta dal carcere Don Bosco di Pisa.

Alle 18 di ieri, mercoledì 30 settembre, al carcere Don Bosco di Pisa, è esplosa una protesta. Secondo il racconto dei detenuti, tutto è iniziato dal mancato rientro: dopo l’uscita dalle celle e la scoperta di microspie e altri dispositivi, è seguito uno scontro con gli operatori del carcere. I detenuti raccontano di essere stati colpiti e, dopo gli scontri, di essersi barricati in un reparto. Le immagini diffuse attraverso una diretta TikTok hanno mostrato le barricate, gli agenti in assetto antisommossa e una situazione di forte tensione. Noi scegliamo di chiamarla lotta perché nelle parole raccolte durante quella diretta emerge una vera e propria piattaforma di rivendicazioni: contro la sorveglianza, per condizioni igieniche dignitose, per le cure e le medicine, per il diritto alla salute, per il riconoscimento e il pagamento del lavoro svolto, per poter essere ascoltati dalla direzione e dalla magistratura.

Come MULTI – Sindacato Sociale pubblichiamo queste parole perché riconosciamo in queste rivendicazioni una questione sindacale e sociale. Dove c’è lavoro c’è sfruttamento, dove c’è sfruttamento ci sono diritti da rivendicare. Anche il carcere non è fuori dai rapporti sociali che conosciamo: ci sono lavoratori, lavoro sottopagato, controllo, sorveglianza e persone private della possibilità di contrattare le proprie condizioni. Per noi il carcere non è quindi un mondo separato dalla società. È un altro luogo nel quale i rapporti di potere si esercitano sui corpi e sulla vita delle persone, con una dimensione di classe che non può essere ignorata. Dentro ci sono poveri e proletari, persone che prima del carcere lavoravano, nostri vicini di casa, nostri ex colleghi.

Come sindacato non accettiamo che la condizione di detenuto significhi perdere la possibilità di rivendicare diritti, né che il carcere diventi uno spazio sottratto alla rivendicazione e al cambiamento sociale oltrechè alla tutela dei lavoratori. Per questo diamo spazio a questa protesta e alle parole di chi vi ha preso parte: perché anche dietro le sbarre si lavora, si viene controllati, si viene sfruttati e si lotta per i propri diritti. E per noi, questo, è materia sindacale.

Testimonianza tratta dalla diretta TikTok realizzata dall’interno del carcere Don Bosco di Pisa il 30 settembre 2026.

Le microspie.

«Guardate, ragazzi, guardate. Ci sono le microspie. Guardate che sono venuti da un’ora a noi. C’è la macchina, c’è la telecamera. Guardate. Microtelecamera. È questa la telecamera. Sì, quella telecamera. Quest’altra, guarda. No, questi sono microspie. Quest’altra telecamera, guarda. Con i bombi. Guardate questa telecamera. Queste telecamere costano migliaia di soldi e li spendono per le telecamere, per spiare i detenuti, e non spendono i soldi per aiutarli a stare meglio in quel carcere. Abbiamo chiesto alla direttrice Alice di questo carcere. Abbiamo chiesto solo le vernici, il disinfettante. Ci facciamo tutti i lavori da soli qua e lei non ha accettato. E spendono i soldi per installare le telecamere. Scusate per le parolacce, però siamo un po’ fuori di testa. Mettono queste microspie che costano migliaia di euro, invece di portare vernici e cose da mangiare, tutte le cose di cui noi abbiamo bisogno.»

La protesta e la repressione.

«Sono tutti corrotti. Io li accuso personalmente. Portano la droga in carcere, le armi, portano tutto alle persone che pagano. Abbiamo fatto una protesta, volevamo fare mancato rientro. Hanno usato la forza contro di noi detenuti. Hanno usato i manganelli, lo spray al peperoncino, hanno usato tutto il possibile e hanno usato la forza contro di noi. Giustamente noi vogliamo farvalere i nostri diritti. Abbiamo voluto fare una manifestazione perché non è giusto che vengano usati soldi pubblici per le telecamere mentre mancano l’igiene, le disinfestazioni e tutto il resto. Ci sono le cimici nelle mura. È tutto marcio, è marcio in carcere.»

Le medicine

«Guardate cosa sta succedendo lì. Il detenuto Matteo deve prendere la sua terapia. Ha bisogno di medicine. Stiamo chiedendo che facciano salire un medico, un dottore, o anche una guardia che porti le medicine vitali per il detenuto Matteo, della cella 50, e non stanno ancora provvedendo a fare niente. Questo è il carcere di Pisa. I magistrati devono muoversi e fare qualcosa. Non danno nemmeno le medicine.

Questo carcere va avanti a psicofarmaci e Brufen. I ragazzi ogni mattina ricevono i farmaci. Ogni mattina vengono a portare la terapia e quella terapia li stordisce. I ragazzi stanno tutto il giorno a letto senza poter alzarsi. Quando vengono a fare visita i genitori, i genitori piangono.

La colpa non è degli infermieri, perché gli infermieri sono molto bravi. La colpa è dei dottori più grandi, che invece di collaborare con noi collaborano con gli ispettori, i comandanti, il caporeparto, e fanno solo Brufen, Tachipirina e questa roba qua. Anche se stai male: Brufen, Tachipirina.

I ragazzi che hanno bisogno di uscire dal carcere e andare in ospedale non li fanno andare in ospedale, gli danno solo il Brufen. Ogni mattina li riempiono di terapia, questi ragazzi sembrano degli zombie. Prima di entrare in quel carcere stavano bene, in quel carcere si sono ammalati, hanno preso le peggiori malattie in quel carcere. Guardate come ci sono questi ragazzi che vogliono andare in ospedale e non li mandano. È venuto nel carcere Don Bosco e ha preso una malattia, la scabbia. Sì, la scabbia.

Ci danno un medicinale per calmarci, per stare qua calmi, per metterci sotto a dormire, per sedarci. Ogni mattina danno la terapia con la forza. Guardate, guardate, guardate.

«Stanno facendo la rivolta per avere i loro diritti»

«Da fuori vogliamo una ispezione, stasera. Solo un magistrato. Medici da fuori, medici da fuori. Questo è un problema per le medicine. Non vengono a portare le medicine. Un signore prende un pugno di medicine. Stiamo urlando. Questi ragazzi non stanno facendo casino per picchiarsi con le guardie. Stanno facendo la rivolta per avere i loro diritti. Le medicine per il cuore: questo deve prendere le medicine per il cuore. C’è un detenuto che ha bisogno di cure.»

Il lavoro e le 1.640 ore non pagate

«I soldi che arrivano al carcere di Don Bosco se li mettono in tasca. Da lì ci portano al futuro diretto e le somme medicinali, tutto a pagamento, a spese nostre. Lavoriamo dalle 8 alle 2, ci pagano tre ore. Ci portano via i soldi e dobbiamo stare addirittura 18 mesi di lavoro. I soldi di Don Bosco, i soldi di Don Bosco. Ci facciamo vedere tutte le ore che hanno lavorato e non hanno pagato? 1.640 ore non pagate. La struttura non è nelle condizioni di tenere i detenuti. La struttura non è adeguata. No, no, no. Semplicemente: chi è che hanno messo a maneggiare questo posto? Si portano via i soldi.

L’ideale loro è far soffrire la gente, fregare pure i nostri soldi dal conto corrente. Perché a fine settimana qui ti portano… articolo 21 si chiama quando tu fai il resoconto già ti hanno fottuto 50 euro a spese. Ecco chi sono i penitenziari del Don Bosco. Schiacciano i poveri.»

«È vostro figlio»

«Se non portano le medicine, non fanno un’iniezione di queste medicine. Chiediamo aiuto a voi, di
chiamare il carcere. Il signore diceva: ci porta nel secondo giudiziario le medicine del cuore.
Aspetta, fratello. Ora vuole parlare con te un giornalista. Aspetta, giornalista. Volete parlare con uno
dei detenuti? Aspettate un minuto, vi porto il giornalista, ragazzi. Un minuto con il giornalista in
carcere.
Però, in questa situazione così, vorrebbero usare anche le bombe e le pistole (contro di noi detenuti
ndr). Stanno esagerando proprio con gli stranieri, ma anche con gli italiani. Noi non siamo razzisti.
Mi ascolti? Chiamate un altro italiano nel carcere. L’italiano nel carcere è vostro figlio. È vostro
figlio
.»