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Sul lavoro culturale – Come politica e cooperative hanno rubato il nostro futuro

Ciao, ero come te.

Una laurea in tasca, passione, progetti di vita, voglia di lavorare.
Dí dimostrare che quello che ho imparato vale, che può essere un mestiere, che posso farlo bene.
Ma il lavoro non c’è.
I concorsi scarseggiano, spesso sono lontani, siamo in migliaia a partecipare.
Notti insonni per forse un posto da guardiano a 60 km.

E poi trovi gli annunci delle cooperative- solo di quelle, praticamente – e pensi che, per cominciare, un part time e’ meglio di niente.
E così dal piano A ti ritrovi mani e piedi nel piano B.
Lavori nella cultura, adesso.
E non ti spiace affatto guidare le scolaresche per un museo, dare informazioni ai turisti anche su dove si mangia bene lì vicino, farti in quattro perché il tuo utente abbia il libro desiderato in tempo per l’esame.
E passano settimane, mesi, anni.
Vedi che in questo sistema non cresci, ma invecchi soltanto.
Hai un contratto di 16 ore, se sei fortunato, che possono diventare pure 36 in caso di bisogno.
Pensi vabbè, anche se non sono a contratto guadagnerò comunque abbastanza, e invece no.
Ti accorgi che non ci sono santi o domeniche che tengano: il festivo non esiste.
Di straordinario c’è solo la tua fatica.
Confronti le buste paga dei mesi scorsi e non capisci perché quel “forfait” non ha parametri, che il suo costo orario è una variabile astrofisica ancora sconosciuta.

No, non è un tuo limite, stai solo lavorando in appalto. Probabilmente con contratto multiservizi.

Non proprio quello che si aspettavano i tuoi genitori quando si sono rimboccati le maniche per pagarti retta ed l’affitto di un buco nella periferia di una grande città universitaria.
Lontano anni luce da ciò che anni fa lo studio prometteva, un miglioramento di classe.
Siamo noi la nuova classe operaia – con la laurea, ma sempre operaia.
E non perché sia un’etichetta ignobile, anzi – gli ignobili sono tutti coloro che si arricchiscono sulle spalle degli altri, quelli che non riconoscono il valore del lavoro altrui – ma per lo stesso sapore di promessa tradita, gli stessi lacci da strappare, gli stessi torti subiti.
Nel Belpaese campione di siti Unesco, quello che “potrebbe campare di cultura”, la politica è riuscita nell’impresa di soffocare le città nell’overtourism degli affitti brevissimi e dare in appalto la dignità dei propri specialisti.

Una gara sempre al ribasso, dove vince l’Ente che risparmia e la cooperativa che sfrutta.

Occhio non vede, cuore non duole.
Ma come possiamo arrenderci dopo tanti sacrifici?
E quindi accettiamo il peggio, che sembra sempre meglio di nulla.
E allora lavori 10 ore al giorno al prezzo di sei, spesso non hai nemmeno il cambio di un collega per andare in bagno, a volte neppure il bagno.
Cerchi di non guardarti intorno sperando in un concorso.
In venti anni di lavoro ne ho visti due: uno all’inizio – una tendopoli a Pisa con migliaia di concorrenti – e uno dopo 16 anni, in un comune limitrofo, ma non era più il tempo.
Accetti perfino di lavorare in un posto che è evidentemente una trappola, come è successo a noi.
Dico noi perché non sono stata sola, perché da sola non avrei potuto fare tutto.
Mi sarei licenziata, forse.
Lavoravamo in una biblioteca – “ah, che bello, quanto mi piacerebbe”, lo dicono tutti – fatiscente.
Ci troviamo in Provincia di Pisa. Nella provincia rossa dei diritti dei lavoratori e delle donne, qualcosa è andato storto.
Avevamo un impianto antincendio fuori controllo da anni. Nessuna manutenzione.

Nel 2018 muoiono due colleghi ad Arezzo, Archivio di Stato, per le esalazioni di gas da un impianto simile al nostro.

Nel frattempo noi, utenti e classi di bambini andavamo avanti e indietro in quelle stanze; a volte pioveva dal soffitto, allora si chiudeva al pubblico, giusto il tempo per asciugare.
Cominciamo a chiamare i sindacati, qualcuno deve visionare l’impianto, metterlo in sicurezza, chiuderlo, levarci di lì. Fate voi.
E quindi comincia un balletto di vari anni – covid compreso – in cui i duvri non contano nulla, la cooperativa dice che la sede è comunale, chiude entrambi gli occhi, il Comune che si farà, prima o poi, chissà. Non ci sono soldi – disse quello che si vanta di avere le casse comunali piene (e i servizi vuoti)
Rimaniamo incastrate in un meccanismo incredibile e imprevedibile: a maggio 2024 scade il rinnovo del nostro appalto e si vota per il nuovo Sindaco, ovvero il bis di quello vecchio.
In vista di questa scadenza il sindacato confederale che segue la biblioteca unisce le rivendicazioni di ore e mansioni a quelle di messa in sicurezza, e il braccio di ferro per avere un tavolo sulla situazione della sede, ormai insostenibile, porta alla denuncia ai Vigili del Fuoco.
La firmo come RSPP, delegata dai colleghi, a conoscenza di tutto.

L’8 marzo – le date di questa vicenda sono reali e fantastiche – il sopralluogo dei VVFF e l’immediata chiusura.

Noi a casa, volevano pure le ferie forzate.
Per 40 giorni l’Ente nega sui quotidiani le ragioni della chiusura, addebitandole ad una
digitalizzazione particolarmente impegnativa. A metà aprile – nonostante la chiusura per delibera – rientriamo, pur non essendo tecnici formati, “ giusto le ore necessarie a prelevare il materiale”.
Li’ dentro ci sono i faldoni dell’urbanistica, senza visure si fermano i soldi.
Facciamo il nostro servizio con l’ennesima conferma di non valere nulla, anche umanamente: ai dipendenti comunali è proibito l’accesso, a noi.
Se sei di serie B ti fai meno male.
Nel frattempo la Giunta, sotto elezioni e quindi teoricamente inibita ad atti straordinari, stralcia il progetto di nuovo appalto e chiude il servizio di fatto estromettendo sette operatori comunali da quello che era stato il loro posto di lavoro per vent’anni.
Il Sindaco sfila il Primo Maggio con i sindacati per i diritti del lavoro e dire NO agli incidenti. Chiede sicurezza ed applausi.

Il 2 maggio chiama il sindacato e dice che l’appalto non si rinnova più. Si “internalizza”, con le graduatorie di un concorso per impiegati generici. La qualità del servizio? Era importante solo quando pendeva sulle nostre teste.

Vent’anni senza un concorso.
Vent’anni senza alcun accordo sindacale per un assorbimento progressivo.
Vent’anni al ribasso, arrivati con gli stessi soldi con cui eravamo partiti, in barba all’inflazione, al buon senso e alla pietà.

Il 30 maggio 2024 è il nostro ultimo giorno di lavoro

Nonostante la levata di scudi di tutte le opposizioni, sindacato e Associazione Italiana Bibliotecari, Don Rodrigo ha deciso.
Pubblicherà un video in cui garantisce stesso impegno e stesso monte orario nei comuni vicini, falso.
Farà togliere i nostri striscioni di protesta il giorno dello sciopero – autorizzato – minacciando di chiederci il danno erariale per il disservizio, vero.
A luglio vince le elezioni, il meno votato di sempre ma abbastanza per reggere il feudo, abbastanza per dirci “Mi hanno votato”, panacea di tutti i mali italici.

Abbiamo parlato con il Governatore della Regione: prima delle elezioni era presto, dopo troppo tardi.
Abbiamo parlato con l’Assessora, allora deleghe al lavoro e pari opportunità: non è un problema suo – eppure siamo donne, precarie, senza sicurezza, senza lavoro. Non è il suo target?
Abbiamo parlato con i vertici del sindacato: é stata gestita male, ma la politica non vuole.
E la cooperativa: sposta una prescelta poco prima del naufragio, poi fa il compitino e ci offre soluzioni ad personam, un po’ di avanzi più o meno sostanziosi a seconda di chi vuol punire di più.
Una sede a 80 chilometri per la sottoscritta, part time, ovviamente.

Proviamo a resistere.

In tre ci tiene in ostaggio a zero ore per sette mesi senza alcun sussidio di disoccupazione e senza licenziarci. Aspetta le nostre dimissioni- per fame – perché le coop non licenziano, pare brutto.
Solo l’intervento dell’Ispettorato del Lavoro metterà fine all’agonia.
Adesso cerchiamo giustizia in Tribunale.
Tutto il resto – nomi e cognomi – lo trovate sui profili social de Lafinediunappalto.

Cosa resta? Vent’anni di macerie, ma ci camminiamo sopra forti di tanta solidarietà.

Il nostro è un caso estremo, fatto di coincidenze inaspettate, sconfitte e vittorie, belle speranze.
A tradirle non sono state la prepotenza di un Sindaco, ma quella di un sistema che gli ha permesso di avere carta bianca sulle vite degli altri.
E se vogliamo lavoro, rispetto e che tutto ciò non accada più – da qualche parte si deve pur cominciare.

E se hai letto fino qui, ciao, sei come me, buon viaggio.


Chiara Salvadori per @lafinediunappalto

Post-Scriptum


Settembre 2026. A giorni si inaugura – dopo due anni e svariate centinaia di migliaia di euro – la Biblioteca finalmente restaurata. In effetti non aveva bisogno solo di una mano di vernice. Non siamo invitate, ovviamente.
Sarà una grande festa con un bel buffet, e faranno tutti finta di non sapere perché tanto tempo fa era stata chiusa. Attendiamo di sapere da quale scatola cinese usciranno gli “operatori” che se ne occuperanno. Persone fidate, probabilmente.