Sono un’ausiliaria “jolly” degli asili nido di Pisa e il mio lavoro non consiste solo nel fare le pulizie. La mattina facciamo accoglienza insieme alle maestre. Ci sono bimbi che arrivano con il sorriso, altri che fanno ancora i capricci quando vedono i genitori, o i nonni, andarsene via. Poi puliamo le stanze dei lattanti, pieghiamo le tovaglie e i bavaglini, controlliamo che i fasciatoi siano pieni di pannolini prima della colazione. Quando hanno finito puliamo di nuovo, sistemiamo i lettini della nanna, ripuliamo i laboratori dopo le attività, serviamo il pranzo, e ancora pulizie e lavatrici, un pasto veloce, ancora pulizie, poi prepariamo merenda, serviamo, ripuliamo, “chiudiamo” la cucina, solleviamo tutti i lettini, poi mezz’ora di “custodia” alla porta per garantire l’uscita in sicurezza dei bimbi, e poi ben 15 minuti per chiudere finestre porte, sanificare i tavoli della merenda, sanificare i bagni, buttare tutte le spazzature, cambiarci, mettere l’allarme ed uscire. La cosiddetta chiusura. Poi ci sono tutti gli extra, ma ci vorrebbe un libro!
Il bello di questo lavoro, per me, è poter stare con i bambini: giocare con loro mentre le maestre hanno altro da fare, aiutarli nei giochi, accompagnarli alle gite vicino alla scuola.
Noi “jolly” non abbiamo una postazione fissa, ci spostiamo di sede in sede in base alle urgenze. Spesso ci chiamano la mattina verso le 7 per dirci dove andare quel giorno. Altre settimane, invece, non ci chiamano affatto, ma fino alle 10 dobbiamo restare comunque vicino al telefono, nel dubbio che servano. Quel tempo non possiamo usarlo per niente altro, e non viene pagato. Siamo assicurate solo per 12 ore, e non avendo un orario stabilito non possiamo nemmeno cercarci un secondo lavoro.
Che le figure jolly non esistano, l’abbiamo scoperto lottando.
Non esistono sulla carta, semplicemente, a tutti conviene chiamarci così: alla cooperativa, alle coordinatrici, a volte anche alle colleghe. Avere una persona sempre disponibile, senza una sede e senza orari fissi, senza diritti, è comodo per chiunque debba tappare un buco all’ultimo momento.
Il contratto dice 12 ore, ma c’è scritto che dobbiamo essere disponibili 5 giorni a settimana dalle 7.30 alle 17. Ci pagano però a cottimo, solo le ore effettivamente lavorate, senza nessuna maggiorazione per i supplementari. Per alcune di noi questo è l’unico stipendio che entra in casa: fare ore in più non è una scelta, è l’unico modo per arrivare a fine mese. E su questo ci giocano.
Se non sei disponibile al cento per cento a fare qualcosa in più — al posto di un’educatrice, al posto di un’altra collega, o che non ti compete — può bastare una telefonata della maestra alla coordinatrice: “questa non la voglio, non la mandare più”. Non succede sempre, non tutte usano questo potere, ma è un ricatto che pende sulla testa di ognuna di noi, ed è lì, pronto, ogni giorno.
Capita di dover fare due turni di fila in due asili diversi. Capita di dover rinunciare ai permessi per coprire un buco. Capita che ti chiedano insistentemente di rinunciare alla festa di compleanno di tuo figlio perché “è un’emergenza” — e a quel punto si scatena una guerra tra povere, a chi tocca restare, a chi tocca il permesso, a chi tocca il sacrificio, come se dovessimo dimostrare di avere il lutto più grave per “meritarci” un giorno.

Poi dicono che il problema è che la gente non vuole più fare questo lavoro, che le persone si dimettono, che manca disponibilità. Come se non fosse un problema di paghe, di usura e carichi di lavoro eccessivi (fisici e mentali).
Come se fosse normale cambiare sede, colleghe, bambini di cui prendersi cura, materiali, spazi, procedure diverse ogni volta — per uno stipendio da fame — rinunciando completamente a programmare la propria vita: le visite mediche, la cura dei figli, dei genitori anziani. Senza che venga mai riconosciuta la reperibilità, i supplementari, il “congruo preavviso” che esiste solo sulla carta.
Queste sono le nostre storie, mischiate tra loro: la storia di un lavoro sottopagato e sfruttato all’inverosimile, ma definito essenziale ogni volta che serve a qualcuno. Essenziale per tutti, tranne per chi lo fa.
Ma è anche la storia di chi ha deciso di unirsi e lottare insieme. Di non farsi tirare dentro le voci che girano per metterci una contro l’altra — proprio noi, che dovremmo essere in competizione per quelle poche ore in più che ci permettono di campare.
Invece ci uniamo, per un servizio migliore e per un lavoro dignitoso. Perché dove c’è lo sfruttamento di alcune, alla fine, le conseguenze le pagano tutte.

