
IL TEMPO SCANDITO DALLE PILLOLE
Provare a raccontare questa storia è qualcosa di nuovo per me. Perché non so mai cosa dire. O meglio da dove si parte? Per raccontare la confusione che ha segnato la mia storia in psichiatria durante questi anni provo a pensare a un minimo comune denominatore: le pillole.
Se c’è un fattore che mette d’accordo il mio vivere in questi anni è il tempo che viene scandito dalle pillole. Le emozioni scandite dalle pillole, il terrore di non prenderle, il senso di colpa. La paura di mandare tutto all’aria è costante, e hai paura di sbagliare e ancora più paura che il medico ti lasci da sola. Le pillole le sento nel mio corpo, anche se non so bene dove, non so bene cosa fanno e per quanto tempo.. Perché essere un paziente in psichiatria vuol dire soprattutto brancolare nella nebbia, essere in balia di tentativi.
Quello che ti viene dato non sai mai se funzionerà davvero o se avrà degli effetti collaterali, se ti darà una dipendenza. Non ci provano nemmeno a spiegartelo il più delle volte, a volte nemmeno lo sanno loro.
E così ti misuri ogni volta con i soliti ostacoli.
Ho iniziato a prendere gli psicofarmaci prescritti dai dottori del CSM 4 anni fa. Ho iniziato perché un problema grande mi ha portato all’ospedale e dall’ospedale ai reparti del CSM. Da lì, una strada che pensavo la via della soluzione ha preso sempre più la forma di un incubo.
Quello che fanno in questi tipi di reparti di base è sedarti, se quello che esprimi non è molto forte ti sedano coi farmaci, altrimenti le misure sono ben più rigide. I farmaci sono la via per loro di non avere a che fare col tuo problema che, di base, non è abbastanza grave per il loro tempo e le loro risorse.
Cominciano quindi i colloqui: 1 volta al mese, mezz’ora, in una stanza nemmeno totalmente libera. I dottori si dimenticano continuamente chi sei e la terapia che ti hanno assegnato.
Inizia la terapia che per la maggior parte del tempo ti stende. “Sembri drogata”, la frase che più mi è stata ripetuta in questi anni. I sedativi ti annientano, ti abbattono e non ti liberi in nessun momento dal loro effetto. I dottori però ci tengono a dirti di “condurre la tua vita come facevi prima” o di “fare sport” cercare delle “attività concilianti”.
Sembra uno scherzo, e invece è la realtà. Ti dicono di essere “regolare”: alle 8 precise la prima pillola alle 21 le altre, e devi tornare a casa entro le 23.
Non c’è spazio per sbagliare, altrimenti, è colpa tua.
La sensazione di claustrofobia si fa sempre più netta. Essere precisa, essere in tempo, togliere spazio a tutte le attività che non combaciano con il loro programma farmacologico.
I mesi più pesanti sono quelli che vengono a seguito di questo regime.
Se infatti non trai alcun beneficio da questo tipo di cura, allora è colpa tua. Non c’è una vera alternativa se non aumentare il carico, se non stordirti ancora di più, perché di risposte non ce ne sono. La tua realtà viene fatta a pezzi: come spiegare all’università, ai professori, ai colleghi, agli amici, che non riesci a fare niente perché ogni giorno è come se fossi sepolta? Come spieghi al lavoro la condizione che ti impedisce di svolgerlo? Queste domande accompagnano tutta la mia vita nella psichiatria, segnano la difficoltà nell’esprimere qualcosa che mi ha sempre dato vergogna ma rende anche evidente che gli strumenti della psichiatria per far fronte alla quotidianità sono molto spesso inesistenti.
Ad oggi mi ritrovo ancora in psichiatria con altri farmaci, altri dottori, nuove difficoltà. Per sopperire alle mancanze del sistema ho dovuto ricorrere alla terapia privata. I soldi che ti servono per “salvarti” sono sempre tantissimi tra lo psicologo e le medicine. Sulla salute mentale ormai infatti si parla di “investimento”.
Nella terapia privata vengo mandata presso un’équipe: l’appuntamento è, se va bene, 1 volta al mese, 50 minuti. La dottoressa che dovrebbe tenere le fila del mio percorso non ha ancora deciso quale è la diagnosi giusta per me e lo specializzando che la affianca cambia di visita in visita.
Si passano la mia cartella clinica di mano in mano, le mie informazioni vengono lette ogni volta da una persona diversa. Ogni volta che entro nell’ospedale non so cosa mi aspetta e ogni volta che il percorso si interrompe bisogna sempre ricominciare un po’ da zero.
Le pillole crescono di numero e si abbassano lievemente di intensità, ogni giorno però vuol dire che devo prendere 6 pasticche diverse. So che può sembrare secondario, ma anche la sensazione di dover mandare giù le 6 compresse, 6 psicofarmaci, ogni giorno, alla stessa ora, è un’esperienza che mi lascia un segno, dalla sensazione puramente fisica alla solita, più insidiosa, angoscia di dover fare in tempo. Perché pare che la tua salute stia tutta appesa lì, in quel momento.
Ti dai da fare e in ogni modo cerchi nuovamente di incastrare la tua vita con quella artificiale e schematica che ti ordinano i farmaci: di nuovo nessuno spazio per gli imprevisti.
A un certo punto sbaglio, esplodo. Vado in loop che dura giorni. Allora scrivo una mail alla dottoressa che mi ha cura, mi risponde chiedendomi la lista dei farmaci e dopo un po’ mi manda un messaggio scrivendo un freddo calcolo dove si prevede di duplicarne alcuni. Come faccio all’università? Come faccio con le mie relazioni? Con il lavoro? Cosa dico?
Dove stanno le risposte?
Non so ancora. Le domande in questi mesi rimangono un po’ le stesse, anche i gesti…i soliti.
È quasi come un ritornello sempre in cuffia… Però qualcosa nel ritmo è cambiato. Ho cominciato a pensarci davvero a queste domande e a condividere questa esperienza con delle persone, che mi danno fiducia, supporto, che mi danno un aiuto pratico. Sento un nuovo slancio perché non sono più sola. Ho fatto dei nuovi tentativi e sto cercando nuovi strumenti. Ho anche un po’ meno paura di affrontare tutte le teste di questo mostro. Posso tirare il fiato.


