Tiro al bersaglio (1919) di Felice Casorati

14. Furore

Sono le 15 di un pomeriggio di marzo. A scuola, il gruppo di lavoro operativo è schierato: il dirigente, la responsabile dell’inclusione, l’insegnante di sostegno e tre maestre, sedute vicine, sui due lati di una piccola stanzetta. Sullo schermo di una lim appaiono e scompaiono i volti di altre maestre (che poi spariranno definitivamente per mancanza di segnale…) e delle due esperte esterne che si occupano di logopedia.

La madre arriva e più che saluti riceve sbuffi lanciati di fretta.

Si siede, le mani strette intorno alla borsetta. Vicino a lei una insegnante che fa da mediatrice.

L’insegnante di sostegno inizia a leggere un resoconto da lei scritto, fa il punto. Parla veloce, spara raffiche di parole, “disregolamento comportamentale”… “ episodi di esplosione emotiva”… “impossibilità di attuare un contenimento”…la madre sgrana gli occhi, e assottiglia le labbra. Perde tutto, tutto scivola via, la lingua che sente non è la sua e l’insegnante continua imperterrita, gelida, a sciorinare un burocratese medico che pare un labirinto di suoni.

L’impotenza della mamma esplode, lei apre e chiude la bocca, le parole arabe che ha in testa non trovano la strada, pensa velocissima ma la replica è complicata, non le resta che agitare le mani e scuotere la testa. Nessuno ammette che quel resoconto costruito in quella forma è uno schiaffo in piena faccia.

La mediatrice le ha preparato una sintesi della relazione scritta in arabo, ma la madre scorre le parole e le rifiuta con gli occhi. Vorrebbe parlare, avere un dialogo, questo dice in modo semplice e comprensibile. Qualcuna esibisce un sorrisetto immobile e strafottente.

La madre ha una sfiducia atavica, accumulata in anni di barriere linguistiche, di insensati percorsi burocratici.

La mediatrice prova a tradurre per lei le infinite lamentele (perché queste sono) dell’insegnante di sostegno. Nessun altro parla, né prova a spiegare in altro modo quelle che sono le difficoltà del momento.

“…Abbiamo pure assistito ad episodio di minzione di tuo figlio all’ingresso della scuola”, dice l’insegnante di sostegno. Un meschino esercizio di potere, le parole sono muri da innalzare per rendere impossibile il dialogo.

La reazione della madre è quella di abbandonare la stanza, e il dirigente è quasi soddisfatto: la scuola “fa tanto”, è lei “ che si inalbera e non vuole collaborare”.

Non vogliono sapere che fatica le costa restare seduta, mettere da parte il senso di umiliazione che viene da non avere in bocca le parole che le servirebbero. Eppure resiste. Resta in quella stanza.

La mediatrice deve andare via, è stata presa in prestito dalla scuola media dell’Istituto, ma ora ha una riunione e deve andarsene, ma d’altronde “ tutte le altre mediatrici hanno litigato con lei signora, che ci possiamo fare?”

La madre adesso deve fare da sola.

Interviene la responsabile dell’inclusione per sottolineare che negli anni questo dialogo è sempre stato difficile perché la madre “non vuole fidarsi, non capisce le difficoltà che ha la scuola a gestire suo figlio”.

“Voi sapete che mio figlio ha questa malattia, sapete che è agitato, è vostro lavoro stare con lui”, e questo è.

“Non sono un medico – replica stizzita l’insegnante di sostegno – capace di gestire i sovraccarichi emotivi di tuo figlio, tanto più in questo specifico periodo in cui gli impulsi ormonali sono dominanti e danno origine ad atti osceni…”

L’ha fatto di nuovo. E di nuovo la madre si smarrisce in quei suoni ostili difficili da interpretare. Ribadisce: “Vostro lavoro è stare con mio figlio”. Rivendica il diritto di poter essere tranquilla quelle ore di mattina in cui il figlio è a scuola. Invece.

Le insegnanti la chiamano tutte le volte che “il contenimento è impossibile, in cui mette a rischio l’incolumità sua e degli altri” riattacca l’insegnante di sostegno. E lei è costretta ad andarlo a prendere, a non avere spazio e tempo per lei.

Ci prova a chiedere di non telefonarle durante la mattina, “fate voi, è diritto di mio figlio stare qui”.

Ma resta una richiesta persa nel vuoto.

“Parliamo poi del materiale – taglia corto l’insegnante di sostegno – noi chiediamo sempre matite e colori proprio perché nei momenti di malessere il bimbo spezza e rompe tutto…usiamo tanti materiali flash cards, agende visive, schede didattiche, ma se lui rompe i colori a noi servono…”

La mamma dice che più volte ha portato colori per il figlio e continua a portarli, e lo dice con un tono di rabbia e stanchezza mescolate insieme.

Il discorso si perde, si passa ad altro.

Si chiede l’intervento da remoto delle logopediste, che in poche parole riassumono che nel rapporto “uno a uno” il bambino riesce a lavorare, che è più facile gestirlo. E anche loro dopo un po’ lasciano la riunione perché devono tornare al loro lavoro.

“Ecco hai sentito? – sottolinea l’insegnante di sostegno – a scuola c’è rumore, c’è la confusione degli altri bambini, non è la stessa cosa, non si può lavorare allo stesso modo”.

La madre insiste, ripete che è un diritto poter stare a scuola.

E invece più che un diritto sembra quasi una colpa.

E così, minuto dopo minuto, invisibilmente, sulle sue spalle di madre si accumulano “colpe”:

di non saper parlare l’italiano, di non conoscere l’organizzazione scolastica, di volere del tempo libero, di non avere fiducia, di non avere pazienza, di essere straniera.

È un dialogo impari, anzi non è un dialogo. È un tiro al bersaglio.