Foto dei lavoratori di Brt e di uno striscione con scritto "Siamo persone, non algoritmi, basta correre"

13. I 10 comandamenti del corriere

È possibile immaginare un codice di condotta lavorativo che rimetta al centro il rispetto per sé stessi e per gli altri? Sì, ed è necessario.

Questo Grido è un po’ diverso. È una provocazione, un ideale (ma non utopistico) modo di vivere l’ambiente di lavoro, dall’inizio alla fine della propria giornata salariale. E non solo.

È un invito a riflettere, sul tempo che vendiamo alle aziende, sui valori che vogliamo attribuirci dal momento in cui timbriamo il cartellino. Chi lavora nel settore della logistica lo sa bene: dal quel momento in poi non hai più autonomia. L’azienda ti monitora, controlla ogni tuo spostamento, coordina e scandisce i tempi delle tue mansioni. Le multinazionali propongono un itinerario e una programmazione dei carichi che superano i limiti dei ritmi umani del lavoro, di vita, fisici, psicologici.

Altro che reggere la pressione: lo stress diventa cronico, patologico. Debilitante.

Immagina, la mattina, di salire in macchina per recarti a lavoro: nel tragitto, da casa al magazzino, magari ti sei fermato a fare colazione a un bar, venti minuti, mezz’ora prima dell’orario d’ingresso. E il telefono già squilla: sono i manager che, nella chat aziendale, comunicano quale targa del furgone ti è stata assegnata, se devi o meno ritirare un telepass al gabbiotto. Già senti l’ansia che ti assale: non hai ancora timbrato il cartellino che già sei proiettato a lavoro. E queste comunicazioni avvengono prima, durante e dopo le otto ore di lavoro. Messaggi che ti rassicurano, che ti invitano a seguire le regole. Ma poi, durante il turno, dall’ufficio arrivano chiamate contraddittorie, che ti spingono a fare sempre meglio, a dare sempre di più. Le aziende vogliono che tu sia iper-connesso, lo fanno grazie a comunicazioni costanti, senza sosta, senza tregua. Il filo tra azienda e lavoratore è sempre teso, non viene mai tagliato: un cordone ombelicale che parte dal ventre dell’azienda e raggiunge direttamente i telefoni personali, entra nelle case, nei furgoni, nell’intimità dei lavoratori.

Così, vengono passate le informazioni, sempre nuove, sempre diverse. Cambiamenti continui di orari, targhe, zone di consegna. La mente è sempre lì, gli occhi piantati sul telefono.

Senza mai staccare.

La gestione del personale è continua, perpetua. Deve esserlo, per manipolarti, per gestire la tua tenuta. Per mantenere il controllo.

Dal momento in cui timbri non inizi a lavorare: diventi una pedina del gigantesco e perverso meccanismo del settore della logistica. Prendi le chiavi, fai le fotografie al furgone, entri in magazzino, cerchi il carrello con i pacchi, carichi la merce.

Parti.

Dopo il tempo di viaggio arrivi a destinazione e quando hai appena iniziato a fare le prime consegne, già ti sembra di aver lavorato mezza giornata.

Dieci, venti, trenta, quaranta consegne.

Ti fermi a mangiare qualcosa al volo. Neanche il tempo per pisciare o prendere un caffè che già devi ripartire. E, oltre a quelle che hai fatto, ti toccano altre sessanta, ottanta, novanta consegne.

La media è di una consegna ogni due/tre minuti.

Ti fa male il collo, la schiena, l’inguine, il nervo sciatico. Non puoi fermarti, altrimenti in ufficio se ne accorgono, ti chiamano per chiederti se va tutto bene, vogliono sapere perché ti sei concesso due minuti di sosta. E allora rispondi, gli spieghi che ti sei fermato in un campo perché la vescica ti pungeva. Loro capiscono, sembrano sempre così comprensivi. E ti dicono: «va bene, adesso però cerca di recuperare».

Aumenti la velocità, per non restare indietro, perché ieri, il tuo collega, non si è fermato, ha consegnato tutto. E corri, non metti la cintura, rischi di fare incidenti.

E li fai.

Ogni danno è una condanna, una sottrazione indebita del tuo stipendio. Ormai sei rassegnato: nella tua busta paga ci sono trattenute fisse, centinaia di euro che l’azienda ti addebita per uno specchietto rotto, un graffio sulla fiancata.

Ti senti una nullità, un inetto, un incapace.

Ti chiedi perché lo continui a fare. E non sai più chi sei, non ti riconosci più allo specchio.

Finisci il giro e sei esausto. Ma devi tornare al magazzino, non ancora a casa. Restituisci i pacchi che non hai consegnato, poi riporti il mezzo aziendale al piazzale.

Finalmente timbri il cartellino.

Sei sfinito.

Risali in macchina, ti fermi per strada a fare qualche commissione, sei in fila alla cassa per pagare la spesa o al distributore di benzina. Squilla di nuovo il telefono, ancora la chat aziendale: sono gli orari di convocazione per domani, che possono variare ogni volta. Ogni giorno che passa ti sembra di aver appiccata addosso un’altra pelle, che non è la tua. È quella che ti cuce sopra l’azienda, a ogni turno, come se tu gli appartenessi.

E non riesci più a togliertela.

Gli autisti delle consegne sono settati per non fermarsi mai, per rimuginare anche di notte, pensando ai nomi delle vie, dei clienti. Il cervello acquisisce informazioni che, alla lunga, non riesce più a sostenere. Il corpo si trasforma, deteriora, invecchia precocemente. La formazione del lavoro induce i dipendenti a un sovraccarico continuo di messaggi, azioni, informazioni, procedure. Meccanismi quotidiani che non ti permettono di staccare la spina.

Mai.

Eppure, il rifiuto di questa condizione è possibile.

Ed è necessario.

Per smettere di stare male.

In seguito approfondiremo queste e altre tematiche, con articoli, interviste e materiale informativo. Intanto, vi lasciamo i 10 comandamenti del corriere. Un modo per pensare al lavoro in modo un po’ più sano, sostenibile. Umano.

I 10 COMANDAMENTI DEL CORRIERE

1 Non venerare l’azienda. Il lavoro del corriere non è per tutta la vita, per molti è un impiego di passaggio, temporaneo. Non venerarlo, non baciare i piedi ai tuoi responsabili. Non dire sempre di sì a tutto, a turni extra, a ore aggiuntive non retribuite. Non fare favori all’azienda, non te ne sarà riconoscente. E lo sai.

2 Parla del tuo sfruttatore. Parla delle condizioni di lavoro, confrontati con i colleghi che vivono le tue stesse situazioni, con i clienti a cui consegni i pacchi e con non sanno minimamente cosa ci sia dietro quel click d’acquisto. Dillo ai tuoi amici che hanno altri impieghi. Non aver timore di dare un nome e un cognome ai responsabili del tuo sfruttamento.

3 Ricordati di riposare. Richiedi tutte le ferie che hai accumulato, i permessi accantonati, prenditi dei giorni di riposo quando ne hai bisogno. Il tuo corpo e la tua mente non sono indistruttibili. Ascolta i segnali che il corpo ti manda: hai la febbre? Riguardati. Passi notti insonne a causa dell’ansia? Riposa. Ti fa male la caviglia o la schiena? Chiama il dottore e manda un certificato di malattia. Se ti trascuri troppo, prima o poi arriva il conto. E sarai tu a pagarlo. Non glielo permettere.

4 Onora te stesso. La tua vita è importante, ha valore. Non sei il marchio o il logo stampato sul gilet catarifrangente o sulla felpa aziendale. Stai vendendo la tua forza lavoro alla multinazionale, non la tua vita. Non sei un numero, un codice, un login. Stacca il telefono quando finisci il turno, non rispondere fuori servizio. Goditi i momenti in cui non lavori e fai qualcosa di bello per te, che ti gratifichi. Passa tempo di qualità con i tuoi cari e con te stesso. Sei una persona, non dimenticarlo.

5 Non (ti) uccidere. Guida con premura, con attenzione per te e per gli altri. Rispetta i limiti di velocità e il codice della strada. Mettiti sempre la cintura: sì, anche tra una consegna e l’altra. Non cercare di guadagnare tempo o arrivare prima a destinazione. Fare il record di pacchi consegnati in un giorno non ti farà guadagnare più soldi, darà soltanto l’opportunità all’azienda di darti più carichi di lavoro il giorno dopo, riducendo così il personale. Quando hai ultimato le otto ore di lavoro, riporta il furgone in magazzino e timbra il cartellino. Le giornate non sono infinite.

6 Non distrarti. Non guardare il telefono mentre sei alla guida. Se il responsabile in ufficio ti telefona più volte mentre guidi, lascia che il telefono squilli, metti in modalità silenziosa prima di partire e rispondi solo quando lo reputi sicuro e necessario. Il manager è in ufficio, al caldo in inverno e al fresco in estate. Tu sei per strada, alla guida, consegni sotto la pioggia o con il sole che ti batte sulla testa. Continua il lavoro con i tempi che reputi giusti e corretti. Se il responsabile continua a chiamare per farti andare più veloce, ignoralo. Vivrà lo stesso, anche senza sentire la tua voce per qualche ora.

7 Non fare danni al furgone. I costi di riparazione sono a carico tuo e ti faranno pagare la franchigia. L’azienda ci mette il mezzo ma i suoi costi d’impresa saranno scalati sulla tua busta paga. Guida con prudenza, parcheggia senza fretta e dove hai lo spazio necessario. Non imboccare strade a rischio. Pensaci: con la tua macchina ti infileresti in strade disastrate o tra gli arbusti? Se quella consegna è rischiosa, saltala. Non ne vale la pena.
Puoi contestare le sanzioni disciplinari e le franchigie, spesso, addebitate ingiustamente. Non dargliela vinta.

8 Non farti male. Carica i pacchi sul furgone con i tempi che ti occorrono. Piega le ginocchia, mantieni la schiena dritta, usa la forza delle braccia e delle gambe e non quella della colonna vertebrale. Non farti mettere fretta dai capetti che vorrebbero velocizzare i tempi e intromettersi nella tua mansione. I tempi di carico sono tempi di lavoro, non è tempo perso: rientrano nelle otto ore giornaliere. Ti hanno affidato della merce, caricala come meglio credi. Se non entra tutta nel cassone, lascia in magazzino la merce in eccesso. Se ne faranno una ragione, avevano a dartene di meno.

9 Rispetta i tuoi colleghi. Dai il buongiorno quando arrivi, sorridi, non sparlare male di nessuno. Ognuno affronta le proprie battaglie, le proprie difficoltà. Quando la mattina incontri i tuoi colleghi, non puoi sapere cosa stiano lasciando dietro la porta di casa, o dentro di sé. Aiuta chi vedi in difficoltà, non sei in competizione. Sei pari agli altri

10 Non lasciare la merce incustodita. Alcune multinazionali fanno pagare ai corrieri la merce che i clienti non trovano, oppure, i costi vengono sottratti dai bonus produzione di fine anno. Non avere fretta di consegnare i pacchi per finire il giro. Consegna a mano, rendi il lavoro umano, fatto di relazioni, connessioni con le persone. Se i clienti ci mettono tempo a scendere le scale, aspetta. L’attesa è tempo di lavoro, non è tempo perso. E tu non sei un robot, non sei un drone. Riporta la merce non consegnata al magazzino la sera. Non è una tragedia.
Domani è un altro giorno.