Questo articolo del “Grido del Popolo” è il frutto di un’ intervista con Monica Dati, l’autrice del libro “Si dovrebbe insomma pensare a dei poeti operai”, dedicato all’esperienza della rivista abiti-lavoro (1980–1993) e pubblicato da TAB Edizioni (2024).
DELOCALIZZATO
Tinto lenzuolo
divisa di fantasma
con le nascoste mani
in tasca, vergognose
per te, aduso alla sirena
che sferzava i sonni.
Ora lo sguardo si incatena
ai muri,
la quiete si carica di voci,
rumore di mossa onda
per i fermi giri delle macchine,
ed è un'eco lo spirito vacante
e stinge tutto il blu
la pena da girone che
rimbomba nei tuoi disoccupati passi
Loris Sandrucci
Ogni giorno attraversiamo parole che non trovano spazio: quelle di lavoratori e lavoratrici, immerse in vite frenetiche e segnate da mille problemi quotidiani. Parole spesso urgenti, a volte difficili da trattenere, altre volte frammentate o indistinte. Ma quali parole vengono riconosciute come degne di essere ascoltate e conservate?
La storia della produzione artistica, soprattutto poetica, è anche il risultato di queste esclusioni: mai casuali, sempre intrecciate a rapporti di potere e di classe. L’esperienza di abiti-lavoro ci ha spinto a interrogarci su cosa significhi oggi non solo prendere parola, ma costruire le condizioni perché quelle parole possano maturare e diventare terreno di comprensione, strumento di organizzazione, verità condivisa e forza collettiva.
È una sfida che, con Il grido del Popolo, resta aperta come orizzonte. Una tensione che ci invita a scavare nella storia così come dentro noi stessi, per “far emergere ciò che si agita sotto” (G. Garancini, “abiti-lavoro”, n 11.,1987, p.760)
Qualche istantanea da “abiti – lavoro”
Negli anni Ottanta, mentre il ciclo delle grandi lotte operaie italiane entrava in una fase di riflusso, nasceva un’esperienza culturale destinata a lasciare un segno profondo, anche se poco riconosciuto nei circuiti ufficiali: la rivista “abiti-lavoro”. Il contesto è quello successivo alla Marcia dei quarantamila, simbolo della sconfitta operaia e dell’avvio di una stagione di arretramento politico e sindacale. Eppure, proprio in quel momento di chiusura, prende forma un tentativo di riapertura: non sul piano immediatamente conflittuale delle fabbriche, ma su quello della parola, della cultura, della produzione simbolica.
Fondata ad Arcore – luogo emblematico la presenza della Gilera e della residenza di Berlusconi – per iniziativa di Giovanni Garancini e Sandro Sardella, la rivista nasce dall’incontro quotidiano tra due lavoratori. Da un gesto semplice, quasi ordinario, prende corpo un progetto straordinario: dare forma e continuità a una produzione letteraria diffusa ma frammentata, quella della classe operaia.
Dalla parola negata alla riappropriazione
Per comprendere “abiti-lavoro” bisogna tornare agli anni Settanta, quando – sull’onda delle lotte sociali e sindacali – si verifica una vera e propria democratizzazione dell’accesso alla parola. La poesia, la narrativa, il teatro escono dai salotti borghesi e si spostano nelle fabbriche, nei quartieri, nei luoghi di marginalità: ospedali psichiatrici, carceri, scuole popolari.
In questo passaggio è decisiva anche l’esperienza delle 150 ore, conquista fondamentale del movimento operaio. Non si trattava semplicemente di formazione professionale, ma di un progetto di autoeducazione collettiva, che mirava a una crescita culturale complessiva, non subordinata alle esigenze produttive. In queste aule “improprie” si studiava, si discuteva, si scriveva anche poesia.
È qui che si afferma un principio pedagogico radicale: la cultura non è proprietà di una classe. Come sosteneva John Dewey (1934), la capacità espressiva appartiene a ogni individuo. La classe operaia, che ha sempre prodotto forme culturali – dal canto popolare alla poesia a braccio e le sfide in ottava rima – rivendica finalmente il diritto di raccontarsi senza mediazioni. Non più l’intellettuale che interpreta il mondo operaio, ma l’operaio che prende parola.
L’intuizione di “abiti-lavoro”: sistematizzare l’effimero
La produzione letteraria operaia degli anni Settanta era però fragile, dispersa, spesso destinata a scomparire. Testi ciclostilati, fogli distribuiti durante le manifestazioni, poesie recitate nei reparti o scritte sui muri dei bagni: un patrimonio enorme, ma difficilmente conservabile.
È qui che “abiti-lavoro” introduce un’innovazione decisiva. La rivista non si limita a pubblicare testi, ma svolge una funzione di raccolta, organizzazione e archiviazione. Trasforma ciò che era effimero in memoria condivisa. Questa operazione ha un valore enorme, anche sul piano della ricerca. Come sottolinea Monica Dati, “abiti – lavoro” rappresenta oggi una fonte imprescindibile per ricostruire una geografia sommersa di autori e autrici, spesso completamente esclusi dai canoni letterari ufficiali.
Non solo poesia di fabbrica: la rivista accoglie componimenti dedicati a vari temi, racconti, arti visive, esperienze di mail art. E soprattutto restituisce una visione totale della vita operaia. Come affermava Garancini, la poesia operaia “non parla solo di lavoro, ma abbraccia l’intera esistenza” (Intervento di Giovanni Garancini al convegno organizzato da Alfabeta a Viareggio 26. 27. 28 marzo 1987)
Una rete senza tecnologia
In un’epoca priva di strumenti digitali, “abiti – lavoro” riesce a costruire una rete nazionale straordinaria. Attraverso lettere, incontri, passaparola, la rivista mette in connessione esperienze dal Nord al Sud Italia.
La distribuzione è militante: nelle librerie indipendenti come Calusca, sui treni, durante eventi e manifestazioni. A partire dal numero 12 viene dato un primo elenco di librerie “dove la si potrà sicuramente trovare”. Tra queste spicca la libreria Calusca di Milano, che prende il nome dall’omonimo vicolo, uno dei punti di riferimento principali dell’editoria indipendente grazie all’impegno di Primo Moroni.
Ogni territorio sviluppa i propri nodi: in Sardegna, in Toscana, in Emilia. Emergono figure come Ferruccio Brugnaro, considerato uno dei principali poeti operai a livello internazionale, o autori meno noti ma altrettanto significativi come, Michele Licheri, Giovanni Trimeri, Oscar Locatelli, Franco Cardinale e Claudio Galuzzi.
Tra fabbrica e carcere: la parola come liberazione
Uno degli aspetti più significativi è l’ingresso della rivista nelle carceri. Grazie a figure come Vincenzo Solli e Piero Del Giudice, “abiti – lavoro” diventa strumento di espressione anche in contesti di estrema marginalità come le carceri. Si crea così un filo diretto con le esperienze delle 150 ore nei penitenziari, dove la scrittura poetica diventa pratica di emancipazione. In luoghi segnati dalla deprivazione culturale, la parola torna a essere strumento di dignità.
Limiti e contraddizioni
Non mancano, tuttavia, le contraddizioni. La presenza femminile – anche nella redazione, con il contributo di Alida Airaghi, Gisa Legatti, Anna Lombardo e Maria Niero – pur significativa, resta marginale, anche a causa della composizione prevalentemente maschile del lavoro metalmeccanico. Autrici come Giuliana Rocchi o Loretta Povellato partecipano, ma la questione di genere non diventa mai centrale nella rivista.
Non si tratta tanto di un’esclusione consapevole, quanto di un limite storico: una sensibilità che all’epoca non era ancora pienamente sviluppata. È un elemento che oggi va riconosciuto, senza però cadere in letture anacronistiche.
Poesia e conflitto: una lingua altra
La poesia operaia rompe anche sul piano linguistico. Come sottolineava Vincenzo Guerrazzi, commentando Montale se la poesia trova musicalità in parole come “meriggiare” o “orto”, perché non riconoscerla anche nei verbi del lavoro: “fresare”, “trapanare”, “piallare”?
Qui si apre una questione cruciale: chi decide cosa è poesia? E quale lingua è legittima? La risposta di “abiti – lavoro” è netta: la poesia non ha classe. O, meglio, non dovrebbe averla. Ma nella pratica, rivendicare la parola significa anche sfidare le gerarchie culturali esistenti.
Conclusione: organizzare la parola, oggi
Oggi il mondo del lavoro è profondamente cambiato. La figura dell’operaio fordista ha lasciato spazio a una molteplicità di soggetti: precari, rider, lavoratori della logistica, ricercatori intermittenti. La classe operaia non è scomparsa, si è trasformata. In questo scenario, la lezione di “Abiti – lavoro” resta attuale. La poesia e la letteratura possono ancora funzionare come strumenti di connessione tra esperienze frammentate, come spazio di riconoscimento e denuncia.
Autori contemporanei come Fabio Franzin o Nadia Agustoni continuano a interrogare il rapporto tra lavoro e scrittura, pur rifiutando spesso l’etichetta di “poeti operai”. Il punto, forse, non è la definizione, ma la funzione: dare voce a ciò che resta invisibile.
“Abiti – lavoro” ci consegna una lezione preziosa: la cultura non è un ornamento, ma un terreno di conflitto. Organizzare la parola significa organizzare l’esperienza, costruire immaginario, produrre soggettività. In un tempo in cui la frammentazione sociale rende difficile la costruzione di legami collettivi, tornare a esperienze come questa non è un esercizio nostalgico, ma un atto politico.
La domanda resta aperta: è possibile oggi una nuova “abiti – lavoro”? Forse sì. Ma solo a condizione di riconoscere che, anche nelle forme mutate del lavoro contemporaneo, esiste ancora un bisogno radicale di parola. E che quella parola, per essere davvero efficace, deve tornare a essere collettiva.
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