Condividere e costruire tecniche di resistenza – Confronto aperto a partire dal libro Contro la scuola neoliberale

Locandina Tecniche di Resistenza alla Scuola Neoliberale

L’iniziativa del 16 maggio “Condividere e costruire tecniche di resistenza – Confronto aperto a partire dal libro Contro la scuola neoliberale Tecniche di resistenza per docenti” nasce dalla discussione collettiva del ramo formazione avviata a partire dalla lettura del volume che raccoglie contributi diversi ad opera di docenti di scuola secondaria superiore e universitari, curato da Mimmo Cangiano.

Il libro

Lə autorə propongono da punti di vista diversi una descrizione di quella che è secondo loro la scuola neoliberale: una scuola asservita completamente alle dinamiche di mercato, che si propone come un prodotto in vendita e in concorrenza con gli altri prodotti simili, in cui l’autonomia intellettuale dellə insegnanti si riduce sempre di più mentre dilagano burocratizzazione, pratiche di rendicontazione, controllo autoritario sempre più asfittico. Scopo esplicito di tale scuola è fornire capitale umano per il mondo del lavoro – e, soprattutto, per un mondo del lavoro all’insegna del precariato e della flessibilità. 

Venute meno le due grandi funzioni attribuite alla scuola di massa dal momento della sua comparsa, ossia quella di forgiare l’identità nazionale o di servire da strumento di emancipazione democratica, il compito della scuola si riduce a quello di fornire allə studenti “un set di attitudini, valori e competenze sociali considerate necessarie per integrarsi al meglio nella società così com’è” (Lo Vetere). Ne sono esempio: l’utilizzo ‘forzoso’ dei fondi del PNRR, che le scuole non hanno potuto gestire in autonomia e sono state costrette a utilizzare secondo direttive ben precise; la formazione dellə docenti, finita in pasto alle università telematiche e spesso ridotta a un mercato di crediti d’ogni tipo; la divisione sempre più netta tra percorsi liceali e percorsi tecnico-professionali; la marginalizzazione dei saperi disciplinari in nome della ‘spendibilità’ pratica e immediata della formazione scolastica, che diventa un investimento valutabile in base al grado di successo che riesce a garantire nella vita. 

La costruzione della scuola neoliberale è avvenuta gradualmente a partire dagli anni Ottanta, una volta esauritasi la spinta innovatrice della stagione precedente: non si tratta di un complotto o di una strategia perfettamente orchestrata fin dall’inizio, bensì dell’effetto a catena di una serie di riforme e trasformazioni graduali, che spesso hanno avuto come input le direttive della governance europea: a partire dalla legge sull’autonomia per arrivare alle attuali ‘riforme’ del governo Meloni, che hanno accelerato un processo già in corso da tempo. La svolta autoritaria di alcuni recenti provvedimenti non è che il segno più evidente di questa trasformazione già compiuta: rende solo più visibile la natura reazionaria della scuola neoliberale. Così come la retorica del merito e del talento, secondo cui bisogna dare a ciascuno la possibilità di seguire le sue particolari inclinazioni, finisce con il ratificare una distinzione marcatamente classista: chi proviene da un determinato contesto sociale difficilmente si sentirà portato per materie teoriche o complesse, e verrà indirizzato sempre più precocemente a un tipo diverso di formazione, destinato a ribadire la posizione di classe di partenza.

Ma il nodo più problematico del testo è il seguente: secondo lə autorə l’opera di edificazione della scuola neoliberale si è servita di categorie e pratiche pedagogiche originariamente di segno progressista, capovolgendone e svuotandone il significato: la centralità dellə studente, la didattica per competenze, la personalizzazione dei percorsi, la contestazione di una modalità passiva e meccanica di trasmissione del sapere sono stati ridefiniti in funzione di una sottomissione alle logiche di mercato e a uno svuotamento di senso dell’insegnamento.

Questo non significa che tali pratiche siano di per sé negative, ma che possono diventarlo in un contesto che tende a privilegiare l’adattamento passivo, la mancanza di spirito critico, la subordinazione all’imperativo dell’utile e dell’imprenditorialità.

 La questione delle competenze è da questo punto di vista esemplare: se idealmente la didattica per competenze dovrebbe essere finalizzata a sviluppare un sapere attivo, basato sul coinvolgimento e l’attivazione diretta degli studenti, di fatto si traduce in un impoverimento e in una banalizzazione dei contenuti e delle forme dell’azione didattica (e basti pensare alla costruzione delle UDA multidisciplinari nei professionali e ora anche nei tecnici per avere un’idea di che cosa significa il tutto). Anche l’apparente insistenza sull’educazione alla cittadinanza attiva, all’affettività e al rispetto (educazione civica, agenda 2030, soft skills) funzionano come un’opera di moral washing: un’operazione di facciata che non incide minimamente sui condizionamenti strutturali soggiacenti. Per questo l’obiettivo polemico prioritario non dovrebbe essere il prototipo dellə professorə autoritariə e monologante in cattedra, bensì quello dellə professorə che si adegua in maniera acritica a un certo tipo di direttive.

Il nostro dibattito

Fin qui quello che il libro dice. Confrontandoci siamo partitə dai nostri posizionamenti nei diversi ordini scolastici e ci siamo scontratə con un’incomunicabilità dovuta in primis dall’attribuzione di significati diversi alle stesse parole. Questi significati si incardinano sui portati esperienziali e lavorativi molto diversi a seconda che si lavori in una scuola dell’infanzia, in un liceo, in un istituto professionale o in una scuola media. Si è convenuto tuttavia su alcuni tratti comuni:

La frammentazione e l’individualizzazione del ruolo dell’ insegnante, anche tra chi cerca di lavorare in una prospettiva trasformativa.

L’assenza del contributo di tutta la comunità e del personale scolastico: i ruoli di collaboratorə scolasticə, personale amministrativo ed educatorə non sono neutri. Invisibilizzarli o non prenderli in considerazione restringe la visione e preclude un necessario allargamento dello sguardo (o un dibattito più approfondito e composito).

Per non fermarci su un dibattito intorno alla visione strutturale proposta dal libro, che sicuramente è interessante ma non ci stava portando a focalizzare una pratica propositiva e trasformativa, abbiamo deciso di concentrare i nostri confronti su qualcosa che ci motivi e ci porti verso una prospettiva di lotta e di unione.

Tecniche di resistenza per docenti, promesse nel sottotitolo del libro eppure assenti: ecco cosa vogliamo andare a cercare; certo non è facile metterle a punto e farle proprie, ma sicuramente è quello di cui abbiamo bisogno.

Può essere un punto decisivo partire dall’azione concreta: posto che la battaglia è politica in senso lato, cosa possiamo fare concretamente qui e ora, nel nostro lavoro quotidiano? Come possiamo immaginare un insegnamento resistente?

Il decalogo

Proprio a partire da questi interrogativi abbiamo provato a individuare, prendendo spunto dal volumetto (e anche o soprattutto da quello che non c’è), alcuni punti che vorremmo proporre al confronto, come base per impostare una riflessione collettiva e soprattutto una prospettiva di lotta. Questo è il decalogo che ne è risultato:

1. Come resistere alla burocratizzazione (usi e abusi nella pratica del registro elettronico; verbali e scartoffie varie; ingrigliamento continuo della propria attività; rendicontazione continua del lavoro, valutazione esterna, INVALSI)

2. Come affrontare la valutazione

3. Come difendere la libertà di insegnamento (imposizione della programmazione per uda, libri di testo, direttive e circolari ministeriali, programmazione e IN)

4. Come formarsi in autonomia (obbligo di formazione, opzione di minoranza)

5. Come sfuggire alla logica del “si deve fare”

6. Come difendere il tempo scuola dal progettificio e dall’ingresso delle imprese (educazione civica, orientamento, pcto)

7. Come costruire inclusione senza medicalizzazione (BES)

8. Come gestire il potere e realizzare pratiche democratiche a scuola

9. Come difendere una scuola unitaria che punta alla formazione della persona e non all’avviamento al lavoro (ricomporre la forbice e contrastare la ghettizzazione e il classismo)

10. Come costruire comunità

Invitiamo a confrontarci insieme sabato 16 maggio alle ore 17.30 insieme a due autrici del libro, Marina Polacco e Rossella Latempa, presso la sede di MULTI – Sindacato Sociale in via Cattaneo 85.

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