Un dialogo tra lavoratori della cultura
Quello che segue è un dialogo tra due giovani lavoratori che operano nel settore del turismo e della cultura. Raccontano i lati negativi delle loro rispettive esperienze. Il dialogo è inventato ma parte da situazioni reali e problemi concretamente esistenti. Riccardo e Marco lavorano rispettivamente in un teatro e in un museo. I due amici si vedono in pausa pranzo in piazza a metà di una giornata molto intensa e faticosa di lavoro nel pieno della stagione turistica. Siamo a maggio inoltrato.
Riccardo lavora in un teatro
Marco lavora in un museo
R: Oggi stavo per litigare con uno che voleva entrare in platea con le patatine…
M: Cioè?
R: In pratica questo tizio ha comprato delle patatine per la figlia e voleva mangiarle in platea, ma non si possono introdurre cibi e bevande che non siano acqua. Questo vale anche per i palchetti.
M: Certo. Quindi?
R: Quindi una collega che stava con me in platea, ha visto la bambina con le patatine in mano e voleva farla entrare, io però gli ho detto che non poteva.
M: E lui?
R: Ha iniziato ad alzare la voce, dicendo che sono solo delle patatine. Io gli ho spiegato che il problema non sono le patatine ma che la regola prevede niente cibo né bevande. Lui è partito in quarta dicendo che la collega ha detto sì; quindi, voleva capire chi comandava in teatro. Se io o lui!
M: Tu o lui? Ma è scemo?
R: Sì. Ma ho contato fino a dieci e ho risposto che non è questione di comandare, ma che esistono regole che, anche se non piacciono, io sono tenuto a far rispettare. Ma il suo problema erano ormai solo le sue stupide patatine. Urlava perché non sapeva dove metterle.
M: Incredibile, fa una rabbia…
R: Già, ma in quei momenti devi mantenere la calma, e soprattutto la gentilezza. Per cui gli ho suggerito di portarle nell’ufficio della Responsabile ma lui mi ha mandato a quel paese urlando: “Tutto sto casino per delle patatine del cazzo!”
M: Sì, ma in tutto ciò la Responsabile dov’era?
R: È arrivata mezz’ora dopo a calmare questo che si agitava ancora, ma prima ha perso tempo a fare un cazziatone alla collega che gli aveva dato il permesso di entrare. Questa era la sua priorità.
M: Già, la priorità non è mai tutelare i lavoratori, sembra che a noi nessuno ci debba portare rispetto.
R: Anche a te capita gente così?
M: Sì non proprio… più che altro il nostro lavoro è sempre svalutato.
R: In che senso?
M: Ti faccio un esempio. Una signora italiana una volta è entrata e mi ha attaccato tutto un discorso chiedendomi se avevo studiato, se quello fosse il mio lavoro o fossi un volontario…
R: Ma davvero? Chi lo farebbe a gratis?
M: Infatti le ho detto che era un lavoro, ma lei insisteva e ha voluto raccontarmi la storia di suo figlio, realizzato come architetto all’estero, consigliandomi di andarmene, cercare le vere opportunità, non rinunciare ai miei sogni. Come a dire “poverino, lui guarda cosa fa, di sicuro cerca un lavoro vero…”
R: Ma la signora non si è posta il problema se questo lavoro ti possa piacere?
M: Ma io le ho detto così per mandarla via che questo lavoro mi piace
R: E lei?
M: MI ha fatto un sorriso, guarda, come se le facessi pena.
R: Che rabbia.
M: Già e anche lì non puoi rispondere e farti valere, ma sorridere ed essere gentile, mentre la gente neanche si rende conto di mancarti di rispetto.
R: Sì che poi il problema parte dall’alto, non sono tanto i visitatori o i turisti. Sono i nostri capi a doverci garantire maggiore dignità.
M: Peccato che i nostri liquidino la questione parlando di problema generazionale.
R: Cioè?
M: Cioè che a noi in realtà non piace quello che facciamo, mentre loro all’età nostra facevano tutto e con molta più energia e voglia…
R: Sì ma con gli stipendi che prendiamo ora ci campavi forse trent’anni fa, di certo non adesso.
M: Già e poi chi ha detto che devo stare fisso al telefono per darmi disponibile per coprire i mille problemi di turni mancanti, situazioni dell’ultimo minuto, eccetera, solo perchè le aziende non si peritano di assumere gente in più e facilitare il lavoro?
R: Immagino durante le feste poi… da noi è un casino, ma da voi dove non c’è un limite di accessi penso possa degenerare
M: Sì infatti… Puntualmente arrivano le feste e manca qualcuno, qualcuno è malato, o semplicemente non riusciamo a stare dietro ai visitatori.
R: I responsabili cosa fanno?
M: Non dicono nulla e poi a un certo punto chiedono da un giorno all’altro, se non la mattina stessa, se ci sono disponibilità per coprire turni o aiutare chi è già in turno.
R: Assumere gente in più no, eh?
M: Ma figurati. Per i nostri capi siamo anche troppi. E vogliono alimentare tensioni tra di noi, in modo da creare un clima tossico tra colleghi e colleghe per farci perdere di vista i problemi principali.
R: Divide et impera.
M: Esatto.
R: Non mi parlare di clima tossico a lavoro.
M: Anche a teatro è così?
R: Secondo me è pure peggio.
M: Addirittura?
R: La nostra responsabile dei turni è anche la nostra rappresentante sindacale, e sai cosa fa? Mette le spie tra il personale di sala.
M: No è uno scherzo?
R: No, lei è molto amica fuori dal lavoro, con alcuni dipendenti, e ha delegato loro il compito di avvisarla tramite whatsapp su tutto ciò che accade in teatro durante i turni, e segnalare chi ha comportamenti poco professionali.
M: Ma scusa, non hai detto che avete dei Responsabili di sala che si occupano del personale?
R: Sì, è quello il punto. Loro vengono scavalcati dalla rappresentante e due dipendenti si sentono in diritto di fare il bello e il cattivo tempo, a prescindere dai Responsabili. Così il giorno dopo il turno, spesso ci arriva una bella mail in cui noi del personale veniamo caldamente invitati ad avere disciplina e professionalità.
M: Ma da quanto tempo va avanti questo meccanismo?
R: Da quello che so da anni e anni. E le cose sembrano peggiorare.
M: Certo che dà proprio i brividi vedere come si creino ingiustizie simili in posti di lavoro apparentemente così belli.
R: Sono belli per chi li visita, ma per noi…
M: … Non è tutto oro quel che luccica.
Morale della favola
Questo dialogo mostra alcuni dei tanti problemi che viviamo come lavoratori e lavoratrici dei luoghi della cultura: situazioni in cui i contratti sono sbagliati, mancano diritti basilari, dove dominano appalti al ribasso ed esternalizzazioni. Eppure le cooperative ci dicono che dobbiamo essere grati, che il lavoro ci dovrebbe piacere e soddisfare, che siamo immersi nelle bellezze dell’arte. Noi diciamo che siamo lavoratori e lavoratrici, abbiamo diritto a salari giusti, a essere rispettati, a non subire le manipolazioni dei capi. Vogliamo avere insieme la forza di rivendicare un lavoro migliore, senza accontentarci delle risposte di aziende e cooperative che dicono che “tanto non ci sono i soldi” oppure che ci dovrebbe bastare il piacere di lavorare in ambienti culturali e in cui mettiamo a frutto ciò che abbiamo studiato. Il lavoro non è un favore, i diritti non sono privilegi. Sappiamo che i soldi ci sono in un’industria turistica che frutta milioni: soltanto che rimangono nelle tasche dei nostri superiori e delle imprese. Per questo diciamo che “non tutto è tutto oro quel che luccica” ma è sicuramente “oro” il frutto delle nostre capacità.


