Turismo: la necessità di rompere il silenzio

Alcune riflessioni dai lavori della città vetrina verso lo sciopero del nove marzo.

Il turismo, ritenuto uno dei pilastri dell’economia del nostro paese, nasconde, dietro la vetrina dell’accoglienza, una realtà fatta di ricatti occupazionali e precarietà. 
Contratti a termine, lavoro stagionale, part-time involontario e paghe basse rendono le lavoratrici e i lavoratori dell’industria turistica particolarmente vulnerabili.

Un modello che si regge sulla messa a rendita di luoghi e storie per vendere “esperienze”, sull’espulsione dal centro delle fasce di popolazione a più basso reddito, sul lavoro sottopagato e invisibilizzato basato su un elevato ricatto prestazionale e di cura. Ricatto che ricalca, in ambito turistico, elementi tipici del lavoro riproduttivo richiesto da sempre alle donne, fuori e dentro casa, rilevando una tendenza generale, sempre più diffusa in diversi ambiti lavorativi , di un sistema che in nome del profitto per pochi, del mantenimento di un’apparenza di solidità e prestigio e della propria sopravvivenza, capitalizza e sfrutta emozioni, corpi e lavoro invisibile in maniera capillare e sistematica.

Proprio a partire da queste riflessioni, per noi del ramo Cultura ospitalità e socialità di Multi-Sindacato Sociale, lo sciopero transfemminista lanciato da Non Una di Meno per il 9 marzo si presenta come occasione importante per visibilizzare alcune questioni centrali rispetto al settore turistico e del consumo, mostrando, agli occhi attratti dalle luci sfavillanti della vetrina della città, le macerie che nasconde: lavoro povero e femminilizzato.


Lo sfruttamento del corpo e delle emozioni 

Dagli annunci di offerta di lavoro “Cercasi cameriera dinamica, carina e socievole per bar”; “Offresi lavoro come tour operator. Sono richieste conoscenza lingue straniere e bella presenza”; alle pressioni dei datori di lavoro “Su, sorridi che arriva un gruppo di turisti!”; “Ormai sei troppo vecchia per questo lavoro!” Queste le parole che quotidianamente vengono scagliate addosso a chi lavora o si appresta a lavorare in settori che richiedono un contatto e un’interazione continua con il pubblico.

Nel lavoro turistico non si sfruttano solo tempo e competenze, ma anche emozioni e performance fisica.

La riproduzione di canoni di bellezza e performatività omologata ci rende meritevoli solo se il nostro corpo è ritenuto conforme; il sorriso è obbligatorio, non come gesto spontaneo, ma come parte integrante della prestazione. Non è educazione dovuta, è lavoro emotivo: la richiesta di gestire, reprimere e modellare le proprie emozioni per garantire un’esperienza “positiva” al cliente. 

Il sorriso, infatti, non è solo una cortesia: è una richiesta, talvolta implicita altre esplicita, che accompagna contratti precari, turni massacranti e poche tutele. Camerier3, receptionist, guide, addette alle pulizie e animator3 condividono una condizione comune: quella di dover apparire sempre disponibili, gentili, rassicuranti, anche quando le condizioni di lavoro sono tutt’altro che dignitose. 

Questo obbligo ha un costo psicologico elevato. Fingere cordialità in modo continuo può generare frustrazione, alienazione e burnout. Eppure, raramente questo aspetto viene riconosciuto o tutelato. Al contrario, il sorriso diventa un criterio di valutazione informale e bisogna essere in grado, in qualsiasi circostanza, di mantenerlo, se si vuole mantenere il lavoro. 

Sorridere sempre, anche davanti a stanchezza, stress o umiliazioni, diventa una forma di disciplinamento quotidiano. Chi non regge il peso di questa emotività imposta e non riesce a continuare a recitare il ruolo assegnatogli, viene spinto fuori dalla scena, lasciato a casa, senza più un lavoro. In questi contesti il corpo e le emozioni delle lavoratrici e dei lavoratori diventano anch’essi strumenti di profitto. La cordialità forzata nasconde una violenza sottile ma costante. 

Città vetrina e lavoro povero 

Il modello turistico basato sulla messa a valore di ogni bene, materiale e immateriale, legato ad un luogo, trasforma le città in vetrine dove gli spazi vengono pensati per il consumo, non per la vita quotidiana. Così i centri vengono svuotati della realtà che li caratterizzava per costruire una finta autenticità da esibire: gli affitti salgono, i servizi si piegano alle esigenze dei visitatori, molti residenti che non riescono, coi loro salari, a sostenere l’aumento dei costi, vengono spinti ai margini, fuori dal centro, tanto che chi lavora nel settore turistico spesso non può permettersi di vivere nella città che, con la propria fatica, produce e riproduce. 

Il diritto alla città, diritto di abitare, di accedere ai servizi, di attraversare e decidere gli spazi urbani, di immaginare ed esprimere bisogni e desideri viene sistematicamente negato. All’ interno di questa negazione, le lavoratrici e i lavoratori sono presenti solo come meri strumenti di profitto, mai come soggetti politici da interpellare. Devono lavorare rimanendo invisibili, silenzios3, sorridenti.  

Le città turistiche sono spesso raccontate come spazi di bellezza, accoglienza e opportunità. Ma per chi ci lavora, quelle stesse città diventano luoghi di sfruttamento, ricatto e disciplinamento. Per chi ci abita luoghi votati al continuo consumo, inaccessibili e privati di possibilità di attraversamento. Il turismo non è solo un settore economico, è un modello di città che si regge sul lavoro precario e invisibilizzato di migliaia di persone, producendo tanta ricchezza per pochi e costi e ricadute sul resto della città.

Dietro ogni centro storico “riqualificato”, ogni città d’arte, ogni evento, ogni stagione da record, c’è una forza lavoro costretta ad accettare condizioni indegne pur di non perdere quell’entrata minima che costituisce la base per la propria sopravvivenza.  

Nel turismo la precarietà non è un’eccezione, è la norma. Contratti stagionali, chiamate informali, part-time involontario e salari bassi creano una condizione di ricatto costante. Un ricatto occupazionale che è strutturale: chi protesta rischia di non essere richiamato, chi rivendica diritti viene escluso, chi alza la testa viene vessato e sostituito. 

La frammentazione delle aziende e l’alta rotazione del personale rendono difficile organizzarsi, mentre il ricorso sistematico alla stagionalità impedisce qualsiasi stabilità di vita. Questo meccanismo produce paura e isolamento. E’ sfruttamento di lavoro povero, é paralisi sociale. 

Rompere il silenzio dietro il sorriso 

La precarietà strutturale e le pressioni per modellare e plasmare le lavoratrici e i lavoratori ad uso e consumo dell’avventorə, indebolisce ogni forma di tutela collettiva. Moltə rinunciano a segnalare irregolarità, straordinari non pagati o mancanza dei criteri minimi di sicurezza, pur di non compromettere future opportunità. Il silenzio diventa una strategia di sopravvivenza. 

Di fronte a tutto questo, sentiamo la lotta nelle tante ramificazioni del turismo, oggi, come estremamente necessaria. Di fronte alla sottrazione di salario per le stanze da noi pulite non ritenute idonee, per l’ora in più non retribuita passata a rigovernare la sala quando l’ultimo cliente è andato via, per i permessi negati e le ferie sottratte. Contro l’eterna precarietà, materiale ed esistenziale, i soprusi, i silenziamenti. Contro ogni previsione, ribaltando l’immaginario che ci vuole inermi e piegat3 senza alternativa alcuna.

Rivendicare i propri diritti viene raccontato come un danno all’immagine su cui il turismo si basa, un gesto irresponsabile verso i visitatori, un colpo basso alla piccola cooperativa per cui lavoriamo. Un ritornello ormai noto, che ci impone di dover sempre stare zitte e buone, di mantenere modi educati, di non esagerare e non rischiare di disturbare nessunə.  Questa narrazione, che contribuisce a colpevolizzare le lavoratrici e i lavoratori, tentando di isolare e spegnere sul nascere ogni forma di protesta e facendoci sentire sol3, insieme al bisogno di un reddito per vivere, spinge a rinunciare a prender parola per paura di ritorsioni e costringe a tenersi dentro tutta la rabbia, la frustrazione e la sofferenza, continuando a sorridere.

L’industria turistica non può continuare a reggersi sul sacrificio silenzioso di chi lavora. Un sorriso imposto non è accoglienza: è una maschera. Restituire dignità al lavoro turistico significa riconoscere che dietro ogni servizio offerto c’è una persona, con diritti, corpo e voce. E quella voce sempre di più trova il modo di farsi sentire. 

Dalle proteste recentissime delle cameriere ai piani negli alberghi di lusso di Milano durante le ultime olimpiadi, alla lotta ancora in corso delle lavoratrici e dei lavoratori degli Uffizi di Firenze in sciopero, arriva l’eco di uno squarcio: il telo che ci ha tenut3 nascost3 può cedere. Sta a noi allargare lo strappo e mostrarci, tornare visibili, e prendere parola per nominare la violenza lavorativa a cui siamo sottopost3 quotidianamente.

E’ necessario, per tutelare quel poco che ci resta e riprenderci tutto quello che ci è stato tolto, stare insieme e organizzarsi. Essere insieme, per poter affrontare la paura che ci attraversa e immobilizza non pensandoci più isolat3, consapevoli che ogni miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita è passato, e passa ancora, attraverso la rottura del silenzio.  

Rivendicare diritti sul lavoro e diritto alla città sono lotte inseparabili. Non può esistere, infatti, una città giusta se chi la fa funzionare vive nella precarietà e nel ricatto.  

Organizzarsi nei luoghi del lavoro turistico significa anche rivendicare la città come spazio di vita, di espressione dei nostri bisogni e di condivisione di sogni e progetti, e non di profitto. Opporsi non significa solo creare vertenze, fermare il lavoro e rivendicare collettivamente ciò che ci spetta, ma anche costruire solidarietà, visibilizzare l’invisibile. Significa fare rete tra lavorator3, abitanti, studenti, singoli e collettivi. Significa denunciare abusi, raccontare ciò che accade dietro le quinte dell’accoglienza. È rifiutare la retorica del sacrificio inevitabile, che vorrebbero facesse presa in tanti ambiti delle nostre vite. È, finalmente, rompere il silenzio dietro il sorriso.  

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