Tagli, sfruttamento e medicalizzazione della sofferenza in un sistema che reprime invece che curare
Alcuni giorni fa, come Ramo Salute di MULTI – Sindacato Sociale, abbiamo voluto portare il nostro contributo alla presentazione del libro “Pazzi da morire – Le storie delle persone decedute e i dispositivi mortificanti della psichiatria”, scritto dal Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud e redatto da Sensibili alle Foglie. Questo libro raccoglie 106 storie di persone che, negli ultimi due decenni, hanno subito fino alle estreme conseguenze gli abusi della psichiatria, in Italia. Il numero stesso rende l’idea della sistematicità diffusa, del carattere strutturale, non episodico, della violenza psichiatrica. Riportiamo qui alcune riflessioni.
La natura del Sindacato Sociale fa in modo che, attraverso Multi ed il suo Ramo Salute, ci si interfacci direttamente con la sofferenza. Dalla sofferenza che nasce dalle patologie e dal dolore, a quella causata e vissuta nei luoghi di lavoro. Trasversalmente a questa si ritrova la sofferenza del vivere solə ed impotentə il malfunzionamento della sanità, considerando anche l’approccio sempre più positivista, burocratico e non-umanizzante o disumanizzante. Si soffre delle situazioni di malattia o sofferenza, ma al contempo si incontrano le difficoltà che le persone hanno nello star dietro a tutto ciò che è necessario per guarire o perlomeno per curarsi, laddove risulta possibile, considerando il fatto che per 4,5 milioni di persone in Italia l’accesso alle cure è reso impossibile, tra liste di attesa interminabili e ostacoli burocratici. Persone che già soffrono, incontrano numerosi ostacoli nella quotidianità, con un grande carico sia per chi soffre, sia per chi sta accanto a chi è sofferente. Tutto questo ti ritrovi a doverlo gestire tu. Un’organizzazione delle strutture, delle risorse e dei fondi – dirottati sempre di più altrove, in primo luogo nella guerra – che colpisce al cuore e al corpo chi lavora nella sanità.
Molti operatori e operatrici sanitarie dichiarano di soffrire di grandi sofferenze legate ai ritmi di lavoro: turni stressanti, carichi eccessivi, mancanza di personale. Una pressione che logora sia fisicamente sia psicologicamente. I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità confermano la gravità della situazione: le rilevazioni mostrano percentuali elevate di stress e sofferenza psichica tra chi esercita questa professione. Un operatore su tre riferisce sintomi riconducibili alla depressione, mentre una persona su quattro segnala problemi d’ansia.
Al di là delle terminologie diagnostiche e patologizzanti, è evidente che turni massacranti, precarietà contrattuale, orari irregolari e lavoro notturno incidono profondamente sul benessere di chi lavora. Una condizione che il sistema non affronta in modo strutturale, ma che spesso viene gestita attraverso una colpevolizzazione dellə lavoratricə, tra mobbing, esclusioni, aumenti significativi dell’uso di psicofarmaci, utilizzati per contenere le difficoltà quotidiane invece che intervenire sulle cause. C’è chi, semplicemente, non regge più e lascia il lavoro. Il servizio sanitario continua a spremere il personale esistente, spingendolo al limite a causa della carenza di organico, frutto di tagli e salari inadeguati. Invece di assumere nuovo personale, molte strutture tendono a intensificare il carico su chi resta. «Fino a due anni fa eravamo in 10 a svolgere il lavoro che ora facciamo in 7, il responsabile ci ha detto che prima “eravamo troppe”, ma la verità é che ora siamo spremute all’osso», racconta una lavoratrice OSS.
Un sistema di sfruttamento che innerva ogni ambito lavorativo, dove per mandare avanti un sistema smantellato dobbiamo farci carico di tutto, perdendo la nostra salute. Invece di affrontare la sofferenza, si marginalizzano le persone ritenute “outsider” e si psichiatrizza ogni rifiuto della classe lavoratrice stanca e sfruttata. La sofferenza viene normalizzata come prezzo necessario, mentre il disagio è letto come indisciplina o diserzione dallo sforzo collettivo, qualcosa che non è ammesso e che deve essere medicalizzato. Chi invece viene ritenuta non possibilitata a continuare ad esercitare il proprio ruolo lavorativo e sociale, viene costretta nelle strutture psichiatriche. Il sistema psichiatrico è la formalizzazione di molteplici dispositivi totalitari, secretati e giustificati dalla “necessità di cura”.
La contenzione meccanica, i TSO, l’utilizzo sistematico di psicofarmaci fin dalla pre-adolescenza, minacce e ricatti sono solo alcuni degli esempi che il paradigma della psichiatria moderna utilizza per annientare la persona sofferente, senza mai davvero cercare di trovare una soluzione o di promuovere la costruttività della persona. Nel libro “Pazzi da morire” vengono forniti dati e studi riguardo all’uso sistematico di questi dispositivi, sia negli ospedali psichiatrici sia in strutture sanitarie come le RSA. Le strutture psichiatriche non sono soltanto luoghi fisici, ma criteri di approccio alla salute, che si traducono in pratiche spesso disumanizzanti, coercitive e repressive. Alcuni di questi approcci, primo tra tutti quello burocratizzante, non umano o disumanizzante, sono ciò di cui abbiamo più esperienza nella sanità tutta. Al posto di un sostegno concreto e di percorsi di cura costruiti sulla persona, l’attenzione si concentra quasi esclusivamente sulla patologia e sulla sua cronicità, riducendo le persone a corpi o menti malate. Un approccio organicistico che, nella non-cura psichiatrica, raggiunge la sua espressione più estrema.
In un mondo in cui per vivere dobbiamo annaspare, senza riuscire mai a toccare terra, in cui non è possibile avere respiro nel lavoro e nella salute, in cui l’angoscia e la sempre più forte solitudine fanno da padrona tra le emozioni, sembra paradossale vedere chi è stato psichiatrizzato come una persona troppo diversa da noi o una non-persona. Borderline, burnout, bipolarismo, depressione cronica e molte altre fanno parte di una lista che ogni anno aumenta sempre più, di patologie che vengono diagnosticate a decine di migliaia di persone spremute e schiacciate al lavoro e nei contesti sociali; la psichiatrizzazione allora diventa uno strumento funzionale di divisione, coercizione, disciplinamento. Aumentano esponenzialmente in numero le persone che vengono portate a fare uso di terapie e psicofarmaci, dai più piccoli agli anziani, gonfiando le tasche di grandi aziende del farmaco che collaborano a stilare i DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) – come scritto puntualmente anche nel libro “Pazzi da morire” nel capitolo “Di farmaci si muore” . Una strategia sempre più importante per legittimare la situazione di continua angoscia e stress di cui dobbiamo farci carico, dividere e invisibilizzare, se non ghettizzare, le persone che per un motivo o per l’altro non riescono più – giustamente – a sottostare a questo sistema.
Si va quindi verso il modello del DDL Zaffini che corona questa distanza in maniera funzionale; coercizione e contenzione diventano non più solo legittimate, ma parte integrante dell’iter giusto per trattare lə “malatə”. Non più attenzione o finte “riabilitazioni”, il problema si argina e si reprime, senza mai agire sulle cause alla base, per paura di mettere in discussione fondamenta troppo fragili e marce, su cui tutto è sorretto. Le aggressioni nei pronto soccorso e nei reparti, la difficoltà degli operatori e la paura in alcune situazioni sono una realtà che non vogliamo sminuire; ma, come dimostrato ampiamente, non è l’annientamento delle persone la soluzione. Negli ospedali servono assunzioni stabili, condizioni di lavoro migliori, il riconoscimento delle malattie invisibilizzate e delle invalidità derivanti dal lavoro, troppo spesso silenziate, non riconosciute o indennizzate con fondi insufficienti. Dobbiamo poterci curare senza stare ancora peggio a causa di un sistema sanitario che si presenta come una corsa a ostacoli, in cui bisogna sgomitare per ottenere un esame o una terapia. La mancanza di strumenti adatti, di formazioni, la mancanza di infrastrutture dovute allo smantellamento del servizio sanitario, sono la causa più immediata di tensioni e problemi che sorgono, la cui unica soluzione è una trasformazione concreta delle strutture sanitarie e una critica profonda ai contesti che generano il disagio.
Il paradigma psichiatrico sempre più neuro-biologico contenitivo, che ha prevaricato in tutto l’approccio sociale olistico, non può che portare a nuovi problemi che non sono altro che tasselli nella guerra alla società e alla sua depressione e annichilimento. Proprio quando la divisione tra i utenti e operatori viene proposta come l’unica soluzione d’emergenza, dobbiamo rivederci nell’altrə, essere insieme, essere Multi.


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