Questo Grido è un racconto dal diario di una babysitter: una lavoratrice in un settore femminilizzato in cui spesso si lavora in nero o con un contratto che non viene mai rispettato. La maggior parte delle volte, le babysitter, si occupano non solo dei bimbi e delle bimbe, ma anche della cura e riproduzione di intere case in cui lavorano. In questo racconto oltre allo sfruttamento e il continuo sminuire, vediamo l’amore di chi questo lavoro lo ha scelto per la passione di accompagnare la crescita dei bambini e delle bambine.
Sono una babysitter da anni, ho esperienza e attestati. Lavoro con bambine e bambini molto piccoli, solitamente di meno di un anno. Dopo anni ho scoperto esistesse un contratto da babysitter, una sottocategoria di colf e badanti. È un contratto con poche tutele, indeterminato, che può essere rescisso da un momento all’altro, ma almeno è un contratto, ho dei contributi, malattie pagate e disoccupazione tra la fine di un lavoro e l’inizio di un altro.
Mi piace lavorare con le più piccole e i più piccoli, lo faccio con passione, è un lavoro che ho scelto. Ma a che prezzo? “Non ci stai facendo nessuno sconto”. A quanto pare sono qui a contrattare. Per altro lo sconto l’ho già fatto, gli rispondo, quando mi ha chiesto di togliere 50 centesimi l’ora e lavorare a nero per i primi mesi. La proposta precedente era stata un presunto stipendio “forfettario”, sempre per venirci incontro, una cifra mensile fissa che secondo un calcolo veloce mi avrebbe fatto guadagnare circa due euro meno l’ora rispetto a quelli richiesti. Un affare insomma. L’accordo prevedeva che da gennaio avremmo stipulato un regolare contratto, ma tra Natale e Capodanno arriva una chiamata: “Ti stiamo venendo incontro facendoti un contratto, potresti venirci incontro almeno sulle ore, avevamo capito che l’avresti fatto”. Nessuno chiederebbe ad un avvocato o ad un medico di lavorare senza contratto, perché chiederlo a chi ha nelle mani la cura di tuo figlio neonato? Dovrei lavorare 30 ore e più e avere un contratto da quanto? 15 ore? Non glielo chiedo neppure, non mi stanno facendo nessun favore. Gli chiedo se per il suo lavoro (è un professionista) ha un contratto per tutte le ore o solo per alcune. Rimane zitto. Gli chiedo se pensa che il mio lavoro abbia meno dignità del suo. Probabilmente ciò che viene dato per scontato è che una donna si debba prendere cura per natura, in famiglia e nel lavoro, di chiunque abbia accanto e ne abbia di bisogno. D’altra parte l’ha detto il mio primo giorno di lavoro: “So che forse è sbagliato, ma ci sono cose che io non faccio, di cui si occupa solo mia moglie”. Alcune volte mi chiedo dove vivano questi padri, come facciano a non provare vergogna per non essere a conoscenza di cose fondamentali nella cura dei loro figli, cose che io dopo una settimana conosco a memoria. A quanto pare per noi donne il sapersi e doversi prendere cura fa parte del pacchetto iniziale, per cui essere pagata per farlo a casa di qualcun altro è già una concessione. Mi sta venendo incontro.
Senza dubbio per una famiglia è un problema affrontare una spesa mensile così alta, c’è così tanta richiesta perché qualcosa non funziona, i servizi per l’infanzia -come gli asili nido- sono pochissimi, le graduatorie sono impossibili da scalare, le liste d’attesa infinite. Ma ci sono famiglie per cui è più difficile che per altre, famiglie composte da due operai o impiegati ad esempio, che non a caso sono quelle che negli anni non si sono mai permesse di sminuire il mio lavoro. Mi è capitato di medici e professori universitari che mi chiedevano i due euro da scalare dalla settimana precedente, dopo aver girato tutta Pisa per portare i loro figli tra scuola, casa e sport vari, con la mia macchina e la benzina pagata da me, dopo essere andata da una parte all’altra della città solo per un’ora di lavoro. Al contrario, chi riesce a fatica a pagare una babysitter pur di mantenere il proprio lavoro e non licenziarsi (perché è quella l’alternativa per molte donne che diventano madri) non si è mai permesso di sminuire il mio.
Mentre, con chi si offende se chiedo diritti che dovrebbero essere basilari per qualsiasi lavoratrice, bisogna penare fino all’ultimo.
Ho dovuto aspettare una settimana e litigare al telefono prima di ricevere gli ultimi soldi lavorati e guadagnati. “Oggi non sei potuta venire quindi adesso devi aspettare. Domani non puoi venire a prendere i soldi perché io sono fuori casa e mia moglie tra pappette e bagnetti non può aprirti”. Non può aprire la porta, darmi dei soldi e richiuderla?
No, deve darmeli lui, quando decide lui, ha bisogno di sentire questo potere. Ci tiene a farmi una paternale di dieci minuti in cui mi dà dell’arrogante perché non ho abbassato la testa, devo cambiare atteggiamento mi dice.
Ferito perché gli è stata sbattuta in faccia la realtà: il mio lavoro ha dignità quanto il tuo.


