3. Il professore e la sedia

Quello che leggerete è un dialogo inventato, ma i discorsi che vengono fatti sono quelli che mi sono realmente trovata ad avere più volte in questi anni come studentessa di Scienze della Formazione Primaria.

Prima di ogni lezione, il professore passeggiava su e giù per la propria stanza per esercitarsi a tenere il suo discorso sulla pedagogia. Ci teneva a fare bella figura: d’altra parte, insegnare alla scuola superiore era una parte importante del suo lavoro, ma formare le insegnanti di domani era una responsabilità ancora più grande.

Una mattina, però, proprio mentre era quasi alla fine degli appunti, venne interrotto da una voce. “Come sono fortunati i bambini e le bambine che hai in classe!”
A parlare era stata la vecchia sedia vicino alla scrivania, che continuò: “Sai, ho trascorso molti anni in una fredda aula di scuola superiore e in tutto quel tempo non ho mai visto nulla di simile a quello che dici! Ho visto tanti studenti imparare a stare zitti, a indovinare cosa voleva l’insegnante, a non sbagliare. Ma imparare davvero, quello no. Chissà come sono diverse adesso le lezioni con alunni e alunne che possono mettere le mani in pasta, trovare spazi di confronto e ascolto, essere messe alla prova veramente, invece di stare solo lì sedute ad ascoltare passivamente!”

Il professore sorrise. “Beh sì, in teoria sì è importante studiare bene queste cose, discuterne, leggere libri al riguardo. Poi ecco, nella pratica chiaramente non è così facile, soprattutto nelle classi con i più grandi. Sai, le cose da insegnare sono tante, gli alunni sono spesso così svogliati, agitati e poco attenti…”
S: “Ah beh, sì, può capitare di non riuscirci sempre” rispose la sedia. “Certo, però, che se si organizzano gli spazi e i tempi in base alle necessità della classe, come dicevi, sarà molto più facile per loro partecipare attivamente alle lezioni, lavorare bene in gruppo, muoversi e usare il corpo come parte fondamentale dell’apprendimento…”
P: “Sì, insomma” interruppe il professore. “Non è che i tempi della scuola siano cambiati poi così tanto. In fin dei conti, questi ragazzi sono lì per studiare, sono grandi ormai e dovrebbero saper rimanere seduti ad ascoltare per il tempo necessario. E sugli spazi, mica si possono trasformare da un giorno all’altro tutte le aule di tutte le scuole di tutte le città. Già che non abbiamo neanche i soldi per la carta igienica, ora mica possiamo pretendere tutto questo…”
S: “L’importante, comunque, è quello che dicevi più volte nel tuo discorso: la valutazione che accompagna tutto il percorso di apprendimento, così che feedback costruttivi e autovalutazione diventino strumenti utili ad ogni studente per comprendere il processo e fare nuovi passi in avanti. Dev’essere difficile anche per chi insegna trovare i giusti tempi e modi per portare avanti queste pratiche valutative, ma quanto è importante per far sì che tutti e tutte abbiano consapevolezza di cosa, come e perché apprendono, piuttosto che sperimentare competizione e giudizio.”
P: “Ecco, infatti, sicuramente è importante non giudicare la persona. Sul resto, però, bisogna anche ricordare che alla fine dell’anno o del corso i voti vanno dati. E poi si sa, non lo dico io, ma se si lasciasse decidere questi ragazzi… beh, non saprebbero da dove cominciare. L’autovalutazione, per esempio, è una cosa seria, non può essere mica una delle tante scorciatoie che spesso cercano.”

S: “Allora, però, non penso di aver capito proprio tutto” disse la sedia con aria confusa.
“Come fate a capire se il vostro insegnamento funziona di volta in volta, se non c’è uno spazio in cui possa essere valutato anche da chi apprende? E questi voti che dovete mettere per forza non portano alla stessa competizione che c’è sempre stata?”
P: “Ma no, ma poi un conto sono i bambini e le bambine di cui parlo nei discorsi, un conto sono gli studenti più grandi a cui insegno. Insomma, mica possiamo accomodarli in tutti i modi! È vero che i bisogni di chi impara sono importanti, ma se ascoltassi tutti allo stesso modo… che spazio resterebbe per me, per le mie decisioni? Che spazio rimarrebbe per spiegare bene ciò che devo spiegare? Nella pratica non si può mica dire davvero che insegnanti e alunni sono, insomma… sullo stesso piano!”
S: “Ah” sospirò allora sedia. “Penso di aver capito. A sentirti parlare nelle conferenze sembra che tutto sia cambiato. A sentirti raccontare quello che fai in classe, sembra che non sia cambiato quasi niente. Quindi come fai, per esempio, a parlare di ascolto, se poi non ti assumi la responsabilità di ascoltare davvero chi hai davanti?”

P:“Ma come ti permetti!” sbottò il professore. “Pensi che io non sappia di cosa sto parlando?! Ho scritto libri, ho rilasciato interviste, ho discusso con ministri e ora cos’è, anche una sedia può mettere in dubbio il mio ruolo? Non basta quello che dico e scrivo?! Follia!”
E se ne andò dalla stanza, tenendosi stretto gli appunti per la lezione.

Come tutti e tutte immaginerete, questo dialogo non è realmente accaduto. Eppure la sedia, che ha trascorso anni all’interno della scuola, sa riconoscere davvero bene quando ha davanti un professore che si riempie la bocca di belle parole ma non ha nessuna intenzione di mettere in discussione il proprio ruolo per concretizzare una scuola (o un’università) che metta al centro l’apprendimento. La pedagogia non vive nei discorsi ma nelle scelte quotidiane che riguardano chi decide, chi valuta e chi viene ascoltato nel contesto educativo.