* Denise è un nome inventato. Questa storia è tratta da l’esperienza di driver che operano in varie Station d’Italia. Il racconto di Denise non è un’eccezione: è la norma nella filiera logistica di Amazon e delle sue aziende appaltatrici. Denunciamo un sistema fondato sulla precarietà, sulla violazione sistematica dei diritti dei lavoratori e su un controllo algoritmico che annulla ogni autonomia.
1. Una testimonianza dalla prima linea
Mi chiamo Denise e voglio raccontare cosa significa lavorare come driver per Amazon. O meglio: per una delle tante aziende appaltatrici che operano per Amazon. Ho iniziato nel 2020, in piena pandemia. La nostra sede non è un vero magazzino, ma una station: un centro di smistamento dove ogni notte arrivano enormi camion da hub come Padova o Firenze, carichi di pacchi da consegnare.
Durante la notte, colleghi interinali sistemano la merce e preparano i nostri carichi per il giorno seguente, chiamati “BAG”. Queste sono le nostre rotte, che ci vengono assegnate ogni mattina. Ma noi non sappiamo nulla in anticipo. Alle 18:30 del giorno prima riceviamo un messaggio via WhatsApp, l’unico canale comunicativo con i nostri superiori. Non possiamo rispondere. Solo leggere. Nessuna certezza. Soprattutto se sei “a scadenza”, cioè a contratto determinato, non hai sicurezze: la sera risulti in turno, la mattina la rotta è “abort”, e ti dicono di restare a casa. E viceversa. Magari lavori da 5 giorni consecutivi e saresti “di riposo”, ma la mattina alle 9 ti chiamano e ti dicono “vieni, c’è da sostituire il collega in malattia, oppure “si è aggiunta una rotta”.
2. L’inizio della giornata: controlli, bugie e silenzi
Quando arriviamo, dobbiamo timbrare e compilare un questionario sullo stato del furgone. Anche se ci fossero problemi, siamo costretti a mentire: se segnali un guasto ad Amazon risulta il mezzo bloccato e l’azienda è “obbligata” a sostituirlo. Ma in molti casi, da parte dell’azienda, viene forzato il settaggio del drive per ripristinare la segnalazione e far risultare il mezzo idoneo. Ogni giorno, quindi, firmiamo falsità per sopravvivere.
Amazon non assume direttamente: tutte le consegne sono affidate a ditte esterne. La mia azienda è di Bari, anche se operiamo a Pisa e ora si sta espandendo verso La Spezia. Siamo inquadrati nel contratto “Logistica, trasporto merci e spedizione”, solo tre giorni a settimana, con uno stipendio orario di circa 11 euro lordi.
3. Carico, sorveglianza e tensione costante
Ogni mattina, entriamo in magazzino, riceviamo un telefono aziendale e scopriamo la nostra destinazione: Lucca, Pisa, Garfagnana… il tutto sempre all’ultimo secondo. I responsabili, con bastoni luminosi, controllano ogni movimento. Cintura, scarpe antinfortunistiche, gilet, badge: tutto deve essere perfetto. Qualsiasi minima infrazione è passibile di richiamo. Poi iniziamo. Sotto controllo GPS, ogni nostro spostamento è monitorato. Durante la pandemia, ho dovuto fare 4 km per trovare un bagno: sono stata subito contattata e interrogata. Il ritmo è disumano. 9 ore di tensione continua, sotto pressione. Alcuni giorni ho dovuto consegnare 260 pacchi. Dopo 4 anni, ci sono mattine in cui ho ancora gli occhi lucidi.
4. Metriche e ricatti
La pressione psicologica è altissima: devi sorridere ai clienti, guidare in fretta, rispettare orari impossibili, e sempre col terrore delle “metriche”, i punteggi settimanali che Amazon ci invia, basato su recensioni, precisione e velocità. Chi fa bene viene osannato, chi sbaglia viene umiliato. Ma anche quando sei perfetto, non ricevi nulla. Niente bonus, nessun incentivo. Le metriche servono solo ad Amazon per ottenere bonus dalle aziende appaltatrici. Non servono a migliorarci, ma a metterci uno contro l’altro. Veniamo classificati come ‘fantastic plus’, ‘fantastic’, ‘great’, ‘fair’ o peggio… e chi è in fondo rischia il posto. È un sistema pensato per dividerci. Non veniamo valorizzati, ma messi in competizione, monitorati. Nessun riconoscimento per l’esperienza, l’accuratezza o l’impegno. Siamo solo numeri.
5. Molto più che corrieri
Non siamo semplici corrieri. Siamo meccanici, mappatori, tecnici, navigatori, data entry e operatori di sicurezza. Siamo noi a segnalare indirizzi inesatti, a geolocalizzare citofoni, a creare — di fatto — la mappa operativa di Amazon in Italia. Ma tutto questo lavoro in più non viene retribuito.
6. Intimidazione, mobbing e isolamento
Le nostre sedi sono sorvegliate ovunque: parcheggi, zone relax, corridoi. Quando alcuni di noi hanno provato ad organizzarsi, ci siamo ritrovati con ruote bucate, minacce, insulti. Una mia collega, con problemi di salute, è stata umiliata fino allo stremo. Oggi non c’è più.
7. Sopravvivere documentando, lottando, esistendo
Ho 40 anni. Ho dolori ai polsi, alle caviglie, emicranie, ansia costante. Prima per sopravvivere, volevo dimenticare, non pensare, per andare avanti mentivo a me stessa ripetendo che un giorno questo sarebbe cambiato, che avrei trovato “stabilità”. Non era vero, ho capito che questo è un sistema che ti vuole distruggere, spremerti e buttarti via, così ho cominciato a memorizzare tutto: consegne, tempi, foto, incidenti. A volte abbiamo meno di 2 minuti per consegna, per 9 ore di lavoro con una pausa non pagata e un’ora di guida per andare e tornare.
E intanto, i sindacati confederali? Assenti o complici. Le aziende usano i loro accordi per giustificare tagli allo stipendio fino a 500 euro per malattia. Ho denunciato. Ma l’Ispettorato ha tempi infiniti. Intanto di quelli che eravamo all’inizio siamo passati da 60 a 10 dipendenti a tempo indeterminato. Gli altri? Contratti a scadenza, rotazione continua, nessuna stabilità. Nessuna voce.
8. Amazon, appaltatori, e la strategia della divisione
Il sistema è pensato per impedire l’organizzazione collettiva. Quando inizi a capire come funziona, ti mandano a casa. Amazon e le aziende appaltatrici ci vogliono isolati, stressati, in competizione, ricattabili. Ma noi resistiamo. Scioperiamo. Blocchiamo le rotatorie. Denunciamo. Perché il lavoro non può essere una condanna. E perché meritiamo di più.
Di seguito una nota schematica del Ramo logistica, consumo e GdO sulle condizioni di lavoro dei drivers in appalto Amazon:
- I contratti part-time verticali sono usati per mascherare un impiego a tempo pieno, abbattendo costi e diritti.
- Le metriche, il ranking e il tracciamento continuo generano competizione, ansia e burnout, spezzando la solidarietà tra colleghi.
- Le aziende appaltatrici applicano sanzioni arbitrarie e trattenute ingiustificate (es. franchigie sui danni), spesso fuori da ogni cornice legale.
- I sindacati confederali, in molti casi, hanno firmato accordi illegittimi, favorendo le aziende invece dei lavoratori.
- Alcuni strumenti di controllo adottati violano la normativa sulla privacy e l’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori.
- L’obbligo di dichiarazioni false sullo stato del veicolo è un abuso grave, potenzialmente perseguibile penalmente per falsificazione indotta.
- Le trattenute per “danni” senza contraddittorio costituiscono una violazione del principio di presunzione d’innocenza e del diritto al salario pieno.
Per cosa ci battiamo:
Un nuovo contratto integrativo per la filiera Amazon driver che includa:
- La fine del sistema degli appalti a cascata, con internalizzazione dei driver da parte di Amazon.
- La stabilizzazione del personale “a scadenza”.
- La fine del “part-time involontario”.
- Il riconoscimento pieno del tempo di lavoro, compresa la discontinuità e i tempi di pausa e trasferta.
- La fine delle metriche come strumento disciplinare, l’abolizione dei ranking individuali l’abolizione del monitoraggio continuo da parte dei Dsp come strumento di pressione nell’organizzazione del lavoro.
- Un piano nazionale di tutela psicofisica per i lavoratori della logistica e un limite massimo di consegne giornaliere.
Il lavoro deve essere umano. E il cambiamento può partire solo se chi oggi è invisibile trova voce, forza, organizzazione. Denise, e le migliaia di drivers come lei, sono pronte. E noi, con loro.



