La Storia del Grido

Il grido del popolo è un periodico di stampo socialista nato nel 1892 all’interno del movimento operaio di Torino da un gruppo di tipografi disoccupati. L’obiettivo era chiaro fin dall’inizio: il Grido del popolo doveva essere un giornale fatto dai proletari per i proletari, “sorti dal popolo, pel popolo combattiamo” – scrivono in un articolo.

Inizialmente rifiutavano ogni identificazione di partito. Sempre nel 1892, però, ad agosto, si tiene un congresso a Genova per la fondazione del Partito dei Lavoratori Italiani, che raggruppa partiti e movimenti di stampo marxista. Da lì, il Grido del popolo riporta gli atti del congresso e diventa ufficialmente il “Periodico settimanale del Partito dei lavoratori italiani”. Rimane legato nello specifico a Torino, e fa parte di una galassia di pubblicazioni in altre città e paesi che sono considerate pubblicazioni del “partito dei lavoratori italiani”. Il partito dei lavoratori italiani diventerà poi il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, e infine assume il nome definitivo di Partito Socialista Italiano nel 1895, anno in cui diventa segretario Filippo Turati.

Il Grido viene pubblicato dal 1892 al 1918, anno in cui fu assorbito nell’edizione piemontese dell’Avanti!. Per tutto il periodo uscì con cadenza settimanale, ad eccezione di un breve lasso di tempo tra il 1907 e il 1908 in cui fu trasformato in quotidiano. Nel 1896 si aggiunsero due supplementi: il mensile “Per l’idea”, di stampo letterario, e un altro a cadenza quindicinale “La parola dei poveri”. Il Grido del popolo svolgeva un’importante funzione di propaganda e di elaborazione teorica socialista, facendosi promotore di precise visioni del socialismo, che erano oggetto di scontro tra le diverse correnti all’interno del partito. In particolare, al di là delle singole personalità che si susseguirono alla sua direzione, dando un’impronta al giornale di volta in volta diversa, alcune linee di continuità emergono nelle pubblicazioni del settimanale. Fra queste: uno sguardo attento agli scioperi a cui veniva dato ampio spazio nelle pubblicazioni, senza aderire, tuttavia, all’ipotesi sindacalista rivoluzionaria che vedeva nello sciopero generale un passaggio chiave della presa del potere operaia; un marcato antimilitarismo, non condiviso da altre frange del partito, che avrebbe portato molti collaboratori e direttori del Grido a fronteggiare la repressione statale (scrive Giuseppe Romita nel 1913, in riferimento alla guerra coloniale in Libia: “Protestiamo contro il loro carattere militarista e nazionalista, poiché noi siamo contro l’una e l’altra cosa. Perché vogliamo che il popolo sia educato a sentimenti internazionalisti e democratici e non a visioni rumorose e sanguinose imprese, atte solo ad arricchire di gloria e di potenza chi in alto sta; e di miseria e di morte chi in basso rimane.”); la semplicità e l’aderenza alle masse come obiettivo delle pubblicazioni: scrive ad esempio in un articolo la direttrice Maria Giudice – incarcerata più volte per il suo protagonismo nella lotta antimilitarista e nei moti popolari torinesi del 1917-18 – il 26 agosto 1917: “io sono del parere opposto – osserva in risposta a un lettore che sostiene che il giornale sia diventato troppo semplice, puerile nelle sue prose – il Grido non è ancora abbastanza semplice, abbastanza facile, abbastanza chiaro. La propaganda è fatta per le masse dei più umili. Noi siamo abituati a leggere meno nei libri della teoria e a leggere di più nel libro della vita”. Soprattutto negli ultimi anni, Il Grido del popolo divenne riferimento per l’ala più “rigida” del socialismo. Tra il 1917 e il 1918, la sua direzione venne affidata ad Antonio Gramsci.

Il grido del popolo è una pubblicazione variegata. Include cronaca e resoconti dalle lotte notizie o comunicati del partito, come ad esempio il resoconto del congresso fondativo di Genova, saggi di teoria, giochi, propaganda elettorale, rubriche come Sfoghi e svaghi di un disoccupato, un personaggio che narra in prima persona le sue opinioni, romanzi di vita operaia, articoli scritti dai lettori che potevano essere mandati alla redazione e pubblicati. è stato in particolare l’inserto bisettimanale a destare il nostro entusiasmo, e a diventare guida del nostro progetto. Nel primo numero di La parola dei poveri, si legge:

“Sicuro: La parola dei poveri. O che dovrebbero tenerle tutte nel gozzo i poveri? è la parola dell’immensa folla che suda e soffre nelle officine e nei campi. Quella plebe dimenticata s’è riscossa alla gran voce d’amore che dice ai lavoratori “Su, compagni!” […] E milioni di povere creature, alzata la fronte, si sono stesa la mano; ed hanno incominciato a pensare; ed ecco, dicono la loro parola: la parola dei poveri. Non è parola tremante che supplica una grazia dalla mano stessa che la opprime; e nemmeno è parola irata che maledice inutilmente. è la parola dolorosa, ma calma e forte dei diseredati, dei senza parte, che, mostrando con fierezza i propri cenci affermano il loro diritto a di vivere da uomini. è la parola che viene dalla risaia, dove bruciano al sole fanciulle decenni e vecchi falciatori; è la parola che esce dalle fabbriche dove si consuma tanto fiore di giovinezza; è la parola che sale dalla perpetua notte delle miniere e delle zolfatare, sepolcri dei vivi; è la parola che viene dalla soffitte fredde dei bugigattoli marci, dove si pigiano tutte le miserie. – per domandare che cessi il martirio delle plebi, che tutti abbiano finalmente cibo, vesti e casa; che tutti possano finalmente gustare il riposo e l’amore, il sapere e la gioia; che quest’umanità di vermi e di semidei, diventi un’umanità di uomini – finalmente:”

Così anche noi vogliamo usare la nostra parola: una parola che può essere arrabbiata o sofferente, calma o impaziente. In ogni caso, sappiamo che quella parola potrà essere un Grido. Perché smascherare la verità dei nostri vissuti, le emozioni che disegnano le nostre giornate, è per forza un grido, che può trascinare, coinvolgere, sorprendere, e rovesciare.