1.Pagare un affitto non garantisce il diritto a una casa dignitosa

Non è una storia privata, nè un conflitto tra singoli, questa è la realtà che migliaia di inquilini vivono sulla propria pelle per poi ritrovarsi senza un tetto.

Quello che segue è il racconto di come la segnalazione di problemi, la richiesta di interventi risolutivi e la pretesa di condizioni abitative salubri si siano trasformate, nel tempo, in uno strumento di pressione contro chi ha osato manifestare il disagio, fino a culminare nello sfratto.

É questa la vicenda che racconto: una storia che inizia nel marzo 2021, quando io e mia madre prendiamo possesso di un appartamento a Vecchiano, appena ristrutturato.

Con l’arrivo del primo inverno emersero gravi fenomeni di umidità e muffa, immediatamente segnalati alla proprietà. Nel giro di poco tempo le condizioni dell’appartamento peggiorarono progressivamente, compromettendo la salubrità dei locali. I danni non riguardarono solo gli effetti personali, ma iniziarono ad incidere anche sulla salute e sulla qualità di vita, alimentando una condizione di disagio sempre più crescente.

Il primo sopralluogo da parte della proprietà avvenne poco prima del Natale 2021, mentre ulteriori accertamenti furono rinviati a dopo l’Epifania. Nel gennaio 2022 la mia positività al Covid-19 ha impedito temporaneamente l’accesso dei tecnici fino alla negativizzazione. Tuttavia, una volta ristabilita quest’ultima, ulteriori accertamenti furono posticipati per impegni personali della proprietà (settimana bianca), senza che venisse presa in considerazione l’ipotesi di incaricare tecnici in loro assenza per ridurre i tempi.

In questo contesto, il proprietario mi chiese esplicitamente di non comunicare per iscritto eventuali problematiche, ma esclusivamente per via telefonica. Una richiesta che suscitò dubbi e perplessità e che mi spinse, al contrario, a formalizzare ogni comunicazione, al fine di lasciarne traccia. La risposta da parte della proprietà fu chiara: se le condizioni dell’appartamento non fossero state ritenute da me accettabili, avrei potuto andarmene, oppure attendere la bonifica garantita dai loro tecnici. É in questo passaggio che emerge un messaggio implicito ma inequivocabile

segnalare un problema significa diventare un problema!

Cambiare casa, tuttavia, non è un gesto semplice né immediato. Per questo, insieme a mia madre, decidemmo di restare, confidando negli interventi promessi e nella risoluzione definitiva delle criticità.

I tecnici incaricati dalla proprietà attribuirono inizialmente le cause di muffa e umidità a presunte “cattive abitudini” imputabili alla nostra condotta. Come soluzione fu proposta l’installazione di un impianto di ventilazione, non conforme alle normative vigenti, che contestammo fin da subito per l’inefficacia e l’assurdità dell’intervento.

A fronte di queste conclusioni, ci rivolgemmo ad altri professionisti, all’insaputa della proprietà, per chiarire se la responsabilità fosse effettivamente imputabile alla nostra condotta. Tali perizie, però, evidenziarono la presenza di umidità da risalita, ponti termici e carenze strutturali, escludendo responsabilità legate alla nostra conduzione. Tali risultati furono comunicati al proprietario che rifiutò ogni forma di collaborazione, alimentando un clima di tensione sempre più evidente.
Gli interventi eseguiti riguardarono solo parzialmente l’abitazione: la camera matrimoniale venne interessata da lavori invasivi, mentre la cameretta, pur presentando problematiche analoghe, restò esclusa da qualsiasi attività di bonifica.


Durante l’intero periodo del cantiere, nonostante l’evidente disagio, il canone di locazione (550 €) lo abbiamo corrisposto integralmente, senza alcun riconoscimento della situazione. Abbiamo pagato per una normalità che non esisteva, e quando lo abbiamo fatto presente, la risposta è stata che “sembrava andasse bene cosi”. Nel tentativo di fare chiarezza, richiesi alla proprietà la documentazione edilizia relativa alla ristrutturazione, ma tale richiesta venne respinta e seguita da minacce telefoniche. Il successivo accesso agli atti comunali ci ha consentito di ottenere solo parte della documentazione, poiché il proprietario si oppose formalmente alla consegna completa. Dagli atti emersero ulteriori anomalie: incongruenza sull’agibilità, difformità catastali e impiantistiche. Gran parte delle pratiche era firmata dalla compagna del proprietario, nonché Architetto e direttore dei lavori.

Con il passare del tempo, l’umidità si estese a tutti i locali della casa. Le pareti iniziarono a deteriorarsi, la muffa prese il sopravvento. Alla luce di ciò i tecnici della proprietà ci proposero nuovi interventi di bonifica identici a quelli già attuati precedentemente e rivelatisi inefficaci. A quel punto ci opponiamo, non per ripicca, ma per la consapevolezza che aprire un altro cantiere non avrebbe garantito una reale soluzione.
Solo nel Marzo 2024, durante l’ultimo sopralluogo, i tecnici della proprietà ammisero finalmente la presenza di carenze strutturali, confermandoci quanto sostenuto per anni senza essere stati mai ascoltati. Fino a quando la responsabilità era attribuita a noi inquilini, il pagamento regolare del canone non rappresentava un problema, quando però il difetto venne riconosciuto come strutturale, e quindi riconducibile alla proprietà, la risposta è stata la disdetta anticipata del contratto.


É qui che lo sfratto mostra tutta la sua violenza, anche emotiva. Non è solo la perdita di una casa, ma la frattura improvvisa di ogni certezza: l’ansia per il futuro, la paura di non sapere dove andare, il senso di precarietà e di colpa che si insinua anche quando colpa non c’è.

Lo sfratto non è un atto amministrativo neutro: è un’esperienza che segna, che colpisce la dignità e che lascia conseguenze profonde, spesso invisibili, su chi la subisce.