Che la scuola sia in fermento in questi ultimi tempi ce lo indicano diversi fattori: l’adesione numerosa allo sciopero del 22 settembre 2025 (quasi il 12% secondo i dati MIM) e a quello del 3 ottobre (il 9%), percentuali fuori dal comune non solo rispetto a quelle degli scioperi indetti generalmente dai sindacati confederati su temi contingenti alla scuola, ma straordinarie soprattutto se si tiene conto della prossimità dei due scioperi.
In secondo luogo, il fenomeno delle scuole occupate, che ha preso piede nell’intero territorio nazionale e che tuttora continua in forme diverse, di cui però ci mancano dati quantitativi (il ministero ovviamente liquida questo fenomeno relegandolo nell’ambito episodi sparuti che si limitano ad atti vandalici). Infine, ma non meno importanti, iniziative locali, intraprese da singole scuole o docenti per dare voce e visibilità alla lotta a fianco del popolo palestinese. Tra queste iniziative è nata “ La scuola per la Palestina” una rete di docenti costituitasi per agire concretamente e per gridare al governo la loro condanna contro l’immobilismo colpevole e complice verso il genocidio del popolo palestinese. Nel giro di pochi giorni ha stilato un documento che ha raccolto 22.000 firme e che è stato inviato alle istituzioni. Il gruppo nazionale, diviso in gruppi territoriali, conta circa 3800 educatori e docenti.
Il dato interessante è che tramite passaparola nel giro di due settimane è cresciuto a dismisura ed è diventato un punto di riferimento per i docenti in quanto ha raccolto e diffuso iniziative e proposte su tutto il territorio. Per chi fa parte della scuola questo è un evento anomalo, perché spesso le iniziative dal basso vengo ignorate o viste con diffidenza. Dopo l’entusiasmo dei primi tempi e la condivisione di intenti e di pratiche, è nata la necessità di fare il punto e di continuare in modo più consistente a far sentire la voce della scuola contro il genocidio e contro l’economia di guerra ad esso legata.
Domenica 26 ottobre, a Firenze, c’è stata l’assemblea regionale del gruppo, a cui abbiamo partecipato. Nella discussione, un aspetto in particolare è emerso a più riprese: l’esigenza di conoscere gli strumenti che abbiamo per organizzare il rifiuto a un modello sempre più autoritario di scuola. Negli scioperi generali dell’ultimo mese si sono aperti nel mondo del lavoro piccoli ma infiniti conflitti che hanno rimesso in gioco il diritto e la volontà di sciopero, facendo tornare nell’ordine del discorso parole, strumenti e possibilità che da tempo non si vedevano. Lo stesso è successo nel mondo della scuola, che tramite l’attivazione per la Palestina ha rivelato i meccanismi dirigenzialisti e autoritari su cui si fonda, aprendo però per questo anche alle possibilità di contestarli e rovesciarli.
Nel discorso, si sono iniziate a mettere a fuoco strategie comuni dei dirigenti: la creazione di collegi docenti con più di 20 punti all’ordine del giorno per impoverire la discussione, e in cui i punti voluti dai docenti per la Palestina puntualmente figuravano alla fine, per non arrivare nemmeno a discuterli; circolari più o meno ufficiali per scoraggiare prese di iniziativa, e via dicendo. Di contro, però, si riscoprivano altre possibilità, come quella di autoconvocare un collegio docenti con il 30% delle firme, in cui la presenza del dirigente non è necessaria.
Si percepisce, in generale, un certo scoramento degli insegnanti per due sostanziali motivi: nelle scuole aleggia la paura di esporsi, di parlare, di prendere posizione; inoltre, spesso, la maggioranza dei Collegi dei docenti, indifferente a partecipare ad azioni di impegno civile e/o di lotta, osteggia se non boicotta proposte di singoli o di piccoli gruppi. Il clima nelle scuole non è sereno: molti presidi non hanno voluto far approvare al Collegio il documento ma hanno chiesto adesioni individuali, in alcuni casi la richiesta di discutere l’approvazione del documento è stata rinviata con cavilli burocratici o strategie di logoramento, allungando gli ordini del giorno delle assemblee, o anche negando in modo esplicito la possibilità di “fare politica” a scuola.
A fronte di questo, ha continuato a persistere il bisogno e l’urgenza di agire, di organizzarsi, di partecipare. Non solo perché molti docenti sentono intrinseco al loro ruolo di educatori l’impegno politico e di lotta, ma anche perché, dalle riflessioni di molti, è emerso che questa necessità ha radici più profonde. Il nostro sindacato può svolgere più funzioni per raccogliere queste istanze e per convogliare rabbia collettiva, impotenza di fronte all’autoritarismo e bisogno di trovare una voce:
- Raccordare le lotte: di fronte alla solitudine che persiste ad ogni livello nel modo della scuola, alimentata dai conflitti interni spesso innescati dall’alto, fornire esempi di lotte e di partecipazione che provengono da altri contesti lavorativi e non; penso proprio al mandato che si è dato Multi come sindacato sociale; fornire esempi concreti che possano motivare ad agire senza aspettare interventi calati dall’alto,
- Chiarire quei punti che spesso sono oscuri su quello che si può o non si può fare, togliendo spazio a quella insicurezza che poi sfocia nell’immobilismo e per acquisire maggiore consapevolezza su diritti e possibilità che ci sono all’interno del lavoro educativo e pedagogico; quindi:
- organizzare incontri di autoformazione su aspetti burocratici e contrattuali;
- rileggere insieme le Indicazioni Nazionali, le Linee guida e le infinite riforme che Valditara a suon di circolari e decreti sta facendo passare per smantellare con sistematicità la libertà di insegnamento e la scuola democratica (spesso le circolari passano inosservate e sono lo strumento più subdolo e pervasivo che utilizza il ministero);
- allestire uno sportello dove accogliere dubbi e proposte.
Sappiamo che l’imposizione di un atteggiamento di silenzio – e quindi di ignavia se misurato con ciò che succede ogni giorno – è uno degli strumenti più potenti della controparte, che suscita immobilismo e nichilismo. Allora dare l’esempio di una possibilità diversa, con coraggio e organizzazione, è cruciale per aprire un nuovo modo di stare nelle scuole.
Insieme possiamo adeguare la didattica ai valori che essa propone, mettendoci di traverso rispetto al modello militarista che si vorrebbe far affermare.

